LA LA LAND – Damien Chazelle – USA, 2016.

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Dopo un esordio tutt’altro che silenzioso, che pur non essendo esente da difetti, non è certo passato inosservato(Whiplash, 2015), Damien Chazelle apre la 73esima Mostra Cinematografica di Venezia in grande stile, firmando un musical travolgente nel quale cinema, danza e musica confluiscono con una forza prorompente in un’ unica direzione, conquistando e riuscendo più volte a commuovere anche lo spettatore più lontano dal genere.

Chazelle unisce alla perfezione e con una grande cura dei particolari, una serie di elementi formali ed estetici, colori, simmetrie, coreografie, luci, che entrano in totale sintonia con i contenuti e con le performances degli attori, utilizzando una colonna sonora che oltre ad essere bellissima, è straordinariamente evocativa e trascinante, contribuendo in larga misura al coinvolgimento emotivo, tanto che ci si ritrova in tanti a intonarne i motivi più orecchiabili anche dopo la visione.

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Entrambi all’altezza i due protagonisti, interpretati da Emma Stone e Ryan Gosling, ma una menzione davvero speciale va indubbiamente a lei, splendida interprete femminile, che al di là della sua incredibile e oggettiva bellezza, brilla letteralmente di luce propria, irradiandola, la stessa trasmessa dai colori della pellicola, armonizzandosi perfettamente con le immagini.

Ryan Gosling invece, che non detiene lo stesso patrimonio innato e naturale della sua coprotagonista, compensa assolutamente interpretando un ruolo nel quale riesce a restituire con grande efficacia, una luce altrettanto intensa, quella di un’essenza primaria, individuale, unica, calda, viva, il cui valore costituisce il nucleo centrale del film.

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L’attore canadese incarna il sogno e la passione più preziosi quelli da tenersi stretti, da coltivare, da crescere, la fonte dell’energia che diventa forza propulsiva, tenendo in piedi e portando avanti l’individuo, e nello stesso tempo, proprio perché possiede la chiara consapevolezza del valore infinito di quel bene così prezioso, la capacità di riconoscerlo in chi ama e di alimentarlo con talmente tanta intensità da dargli la forza di emergere e prendere vita propria.

Los Angeles fa da contesto ideale per accogliere la rappresentazione del valore dei sogni, del credere profondamente nelle proprie passioni, del portare avanti ad ogni costo ciò che è frutto della propria linfa vitale, a prescindere dalla paura di non ricevere consensi, quella paura che paralizza, ospitando contemporaneamente anche gli aspetti più controversi e ombrosi di questo messaggio, che potrebbe sembrare banale, ma, oltre che essere reso magnificamente, non è mai inutile.

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La narrazione segue un percorso molto semplice, quasi elementare, sviluppando due elementi nodali fondamentali che si intersecano e si compenetrano, nell’umanissima difficoltà di trovare un equilibrio.

A uno sguardo più superficiale, data la risoluzione degli eventi con la quale esita la vicenda, potrebbe sembrare che individualità, passione personale, forza del proprio essere, siano incompatibili con la condivisione degli stessi, come se l’unicità e l’essenza primaria di un individuo non potessero essere contenuti nello spazio limitato di una relazione, come se questa avesse dei confini troppo stretti per contenerne più di una.

In realtà il film comunica esattamente il contrario.

È assolutamente vero che purtroppo non sempre si verificano i tempi e le circostanze che consentano che soggettività e condivisione vadano di pari passo, e soprattutto che permettano di mantenere un rapporto vivo e in salute, ma è altrettanto vero, e probabilmente è il concetto più bello comunicato dal film di Chazelle, che senza che quel talento soggettivo venga visto, accolto, sostenuto, riscaldato, non conserva la forza, la costanza, il coraggio con i quali può essere portato avanti.

Che tante volte è presente, ma che la solitudine non lo aiuta, non che non sia possibile che si manifesti, ma che certamente l’essere riconosciuto e amato, gli dà una grande spinta.

E non è sufficiente che venga riconosciuto e amato da chiunque, altrimenti dipenderebbe dall’esterno, dai consensi, originerebbe e passerebbe da chi lo vede più che dall’anima di chi ne è portatore.

Non, non da chiunque.

Deve essere sostenuto da qualcuno che amiamo, da qualcuno che è importante per noi. Perché solo così quel riconoscimento, alla fine, non ha origine e viene nutrito da altro che dalla stessa nostra luce.

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E così, anche se Sebastian e Mia si perdono, lui riesce a coronare il suo sogno dandogli un nome in funzione di chi lo ha visto, sostenuto e condiviso insieme lui, quel sogno, e lei altrettanto, lo realizza e vince le sue insicurezze soltanto spinta dal calore di chi la vede anche quando lei non è in grado di vedere sé stessa e quello che vale.

Questo spaziare tra individualità e condivisione, si muove in una struttura solidissima nella quale tempo, memoria e ricordo hanno un ruolo fondamentale, che si manifesta sia dal punto di vista estetico, come testimoniato dal mogano dell’auto di Sebastian che si vede già nella prima scena, sia attraverso la colonna sonora, i costumi e gli elementi narrativi, come la difesa strenua da parte di Sebastian di un genere musicale pieno di anima ma poco capito dai più e che per questo sta morendo, il Jazz, o la scena, tra le più coinvolgenti, del provino durante il quale Mia canta la sua storia, ricordando la passione della zia, ai cui racconti riconduce la propria.

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Uno degli aspetti più pregevoli del film è che niente è forzato, le componenti cantate e danzate non sono mai stucchevoli, sono inserite in modo molto naturale e si alternano a quelle prettamente recitate senza imporsi o stridere in alcun modo.

Quello che normalmente in Ryan Gosling viene considerato un difetto dai suoi detrattori, il suo essere poco espressivo in questo caso diventa un vantaggio, facendo da contrappeso e stemperando la potenziale ipertrofia determinabili dalle performance di  danza e canto, rendendole molto naturali e autentiche.

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La LaLand è un film che parla d’amore, di sogni, di stelle, ma anche di paure e di rimpianti, delle strade che vengono chiuse irrimediabilmente da qualsiasi scelta e che non sappiamo dove ci avrebbero portato.

In pochi bellissimi minuti, Chazelle ci prende per mano e ci permette di percorrerne più di una, dando un po’ di respiro a una realtà limitata, dandoci per un attimo l’illusione di poter dare spazio ai sogni infranti, di poter aprire le strade chiuse, con una freschezza e una delicatezza che non ci fa sentire troppo forte il rumore quando cadono.

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PATERSON – Jim Jarmusch – USA, 2016.

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È il tuo essere vivo in questo mondo che ti rende poeta, nient’altro.
I tuoi rituali i tuoi respiri, i tuoi affetti, ogni istante vissuto nella giornata, assaporato e valorizzato, diventa essenza.
Una scatola di fiammiferi.
Svegliarti accanto a chi ami.
Trascorrere il tempo di una birra in un bar che senti casa.
Un incontro inaspettato.
Qualsiasi cosa ti riguardi è essenza, quindi se vuoi, poesia.
Non quello che scrivi, la forma dei tuoi versi, non gli studi, la cultura, la tua intelligenza, le tue doti, il successo, no.
Semplicemente il fatto che vivi quello che sei.
Devi solo avere il dono infinitamente prezioso di accedere all’effetto che ti fa, essere in grado di fermarti ad ascoltarlo, attingere da quel contenitore pieno di te che si autoalimenta vivendo, accade che tu possa assaporarlo, toccarlo ,vederlo, percepirlo con quanti più sensi possibile e lasciar scorrere quelle percezioni fino ad arrivare alla tua anima, farle fluire fino a consentire loro di costruire essenza, di alimentare quello che è il tuo magma più caldo.
Anche se non è se non è materiale.
Tutto, davvero tutto ciò che ti appartiene, anche se si tratta di un sogno, di un desiderio, di una ambizione, di uno stato d’animo.
La condivisione, lo scambio. Gli stimoli provenienti dall’incontro con l’essenza di qualcun altro, sia esso l’entusiasmo di tua moglie o l’innocenza di una bimba sconosciuta che incontri per caso tornando da lavoro, l’influenza del lavoro di un artista che ami.
Qualsiasi sensazione, tutto è poesia, anche quello che ti disturba, un gusto che non ti piace, la noia di uno spazio di tempo monotono e sempre uguale.
Anche quando non ti trovi, quando non ti senti più, quando sei convinto di aver messo tutto te stesso in qualcosa, di aver investito tutto, di aver messo tutta la tua anima in quel piccolo libro e poi lo perdi.
Quell’improvvisa sensazione di vuoto, di non esserci più, che non valga più la pena di rimettere ancora l’anima da nessun’altra parte se è così facile che tutto ciò in cui l’hai posta, cui la hai affidata, si sbricioli in un attimo, se è così facile che possa sparire.
Anche quello è poesia, anche quello sei tu.
Perché non è vero che non vale la pena, perché la tua anima e la tua poesia non sono il quaderno su cui scrivi, non sono la donna cui l’affidi, il progetto su cui investi; sono come ti fa sentire ognuna di queste cose, sei tu.
E nessuno potrà mai portarti via da te stesso, è sufficiente che respiri.
E ci sarà sempre, sempre una pagina bianca da riempire di te, un te di cui fare arte.

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Jim Jarmusch firma l’ennesima grandissima opera, un lavoro meraviglioso ancora diverso da tutti i suoi precedenti, ribadendo un eclettismo e una smisurata capacità di spaziare tra le sue modalità espressive e confermando, se mai ce ne fosse bisogno, quale straordinario regista sia.
Lo stravagante autore statunitense compie una duplice operazione profondissima.
Quella di rendere poetica la concretezza, infondendo valore e preziosità in ogni centimetro, odore, sapore, elemento di vita vissuta, facendo emergere dalla sua rappresentazione assolutamente essenziale e asciutta, tutta l’essenza che le appartiene.
Agendo per sottrazione, egli mette in risalto, senza mai esprimerlo direttamente, lasciandolo tutto alla libera evocazione e al dispiegarsi nello spettatore, il valore assoluto del vivere quotidiano, del tempo che passa, della gestualità, del semplice occupare un proprio spazio nel mondo.
Contemporaneamente Jarmusch ci regala con chiarezza disarmante una bellissima riflessione sull’arte, esprimendo nella più totale inequivocabilità e naturalezza, come il cuore pulsante da cui prende origine qualsiasi prodotto artistico, non sia altro che l’essenza di qualcuno che sta troppo stretta confinata dentro un individuo solo e prende forma. Che ha bisogno di trascendere da quei confini e di occupare uno spazio ulteriore, di essere trasmessa, condivisa, di viaggiare attraverso mezzi altri, di riempire l’aria, la luce, di mischiarsi con elementi che dentro l’individuo non ci sono, la luce, il rumore, il tempo.
E una volta trascesi quei confini, diventa magia, acquista totale autonomia e assume vita propria, e a quel punto può dispiegarsi oltre qualsiasi limite dato dalla finitezza di chi la produce, oltre il tempo diventando immortale, oltre lo spazio acquisendo quel potere enorme e meraviglioso di toccare le corde di chi ne venga in contatto a prescindere da qualsiasi legame con chi l’ha prodotta.
È un incontro di anime a distanza.
È l’incontro che avviene tra Paterson, protagonista maschile perfettamente incarnato da un Adam Driver che pare essere stato clonato appositamente per questo ruolo, e una bambina che condivide con lui i suoi versi, quello che vediamo tra lui e la moglie(interpretata dall’attrice iraniana Golshifteh Farahani) quando legge entusiasta le sue poesie, quello che avviene al di là di spazio e tempo tra Paterson e gli scrittori che ama, che poi diventano terreno di scambio e confronto prezioso con uno sconosciuto.
Viaggia l’arte, viaggia attraverso quello che evoca in chi ne fruisce.

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Jarmusch esprime magnificamente tutto questo dando vita a sua volta alla propria opera d’arte, alla sua poesia, colorando gli occhi e l’anima dello spettatore attraverso la cura minuziosa di ogni minimo particolare, mediante l’uso specifico dei colori e in particolare del bianco e del nero in tutte le forme mediante le quali possono manifestarsi, dando consistenza all’essenza di Laura, l’estrosa e strampalata moglie del protagonista che ha la necessità di metterli in ogni dove, mediante le movenze di un cane, mediante i caratteri in corsivo che riportano i versi scritti da Paterson.

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Elemento cardine dell’opera è un dualismo che si manifesta in diverse varianti, ognuna delle quali contraddistinta dall’essere costituita da due elementi complementari e interdipendenti nel costruire un sistema unico, un’unica dimensione che diventa il mondo di entrambi.
Primo esempio tra tutti il fatto che Paterson costituisca la rappresentazione della realtà che lo circonda, così come dell’interiorità e dell’essenza di un individuo.
Non a caso(niente è casuale in questo splendido film) il nome Paterson definisce sia l’identità che il luogo in cui vive il protagonista, una piccola cittadina a sua volta dall’identità fortissima.
Un altro modo per esprimere che non esiste una realtà data, oggettiva, ma che la realtà è quella che ci costruiamo attivamente in base a come la viviamo e al significato che le diamo e va ad apporre costantemente mattoncini nella costruzione della nostra essenza, contribuendo allo sytutturarsi del senso di sé di ciascuno.
E ancora, la calma compassata di un uomo, contrapposta e interfacciata con l’esuberanza di una donna, opposte polarità temperamentali che convergono incontrandosi in un’unica dimensione di coppia.
Così, elementi apparentemente solo estetici come le coppie di gemelli che compaiono in più occasioni nella scena o il già citato alternarsi e combinarsi di bianco e nero.
Tutti dualismi che si estendono e si articolano in un’ unicità più complessa e preziosa.

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L’essenza di Paterson è fortemente percepibile come qualcosa di caldo, di vivo, nonostante non siano mai rappresentate sue reazioni emotive di alcun tipo.
Eppure ne percepiamo il calore, la forza, l’energia che caratterizza i suoi risvegli e sfuma delicatissima nel modo in cui guarda la moglie che ancora dorme, in come la saluta, li percepiamo nell’incontro con una bambina creativa che gli è affine e che lo emoziona, nella perdita di un oggetto a lui caro, nello scambio con il gestore del locale che frequenta quotidianamente.

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Un concentrato denso e pregnante di pura poesia quindi, questa eccezionale pellicola, che illumina la vita indipendentemente da ciò che vi accade, fallimenti o successi, gioie o dolori, che la rende degna solo per il fatto di esistere, con la quale Jim Jarmusch, in un mondo sconquassato e disilluso come quello in cui viviamo, riesce ad infondere speranza e a trasmettere un senso di equilibrio nel disordine, nel caos, nell’imprevedibilità così come nella ripetitività e nella monotonia del vivere.
Un vero e proprio regalo di valore inestimabile.

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