GUEROS – Alonso Ruizpalacios -Messico, 2014.

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Premiato meritatamente con il riconoscimento di Miglior Opera Prima alla Berlinale, dove è stato presentato per la prima volta nel 2014 nella sezione Panorama, Güeros, che esce soltanto in questi giorni in Italia, a distanza di due anni, è il felice esordio filmico del messicano 35enne Alonso Ruizpalacios, che dopo una carriera prevalentemente teatrale, si sperimenta con successo nel lungometraggio, confezionando un road movie sui generis e inserendosi con grazia e determinazione nel panorama cinematografico internazionale.
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Ruizpalacios utilizza l’espediente romantico e metaforico della ricerca di un vecchio cantautore caduto in malattia e nel dimenticatoio da parte di quattro ragazzi che, uniti e determinati dall’aver trovato un obbiettivo comune che valesse la pena raggiungere, sfuggono alle loro angosce, alla noia, al loro essere spaesati in un mondo che copre e soffoca le loro individualità, e trascorrono una giornata insieme attraversando una Città del Messico variegata e vivace, resa caratteristica da un bianco e nero particolarmente caldo.
Questa ricerca è il pretesto per comunicare, con una dialettica originale e incisiva, una serie di aspetti sia soggettivi che esistenziali del loro vivere, che vengono presentati con una narrazione non lineare, in modo quasi assimilabile a un flusso di coscienza multplo, associata a un’estetica molto personale, comprendente svariati elementi formali singolari e decisamente efficaci, che riescono a trasmettere qualcosa di contemporaneamente intimo e potente.
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Le continue variazioni, a tratti anche brusche, conferiscono movimento e vitalità alla struttura.
Basti pensare al deciso e rumorosissimo incipit, che irrompe urgentemente sullo spettatore, quasi travolgendolo e inducendo un iniziale stato di stordimento e di confusione cui consegue una coerente apertura a 360 gradi a un seguito del tutto incognito.
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È un’opera nella quale è possibile riconoscere momenti di grande intensità perfettamente inseriti e integrati nell’ambito di un profondo sguardo personale; ne sono un esempio eclatante le meravigliose scene in cui sono magistralmente rappresentati gli attacchi di panico di uno dei protagonisti, durante le quali Ruizpalacios rende lo spettatore in grado di osservare la situazione contemporaneamente sia dal punto di vista interiore che di osservarla dall’esterno. Si percepisce in modo estremamente realistico e coinvolgente, il vissuto individuale di chi è vittima di un’esperienza così angosciante e destabilizzante, e contestualmente si possono apprezzare accorgimenti dolcissimi come la voce della bimba che lo aiuta o la trovata straordinaria dell’abitacolo della macchina che si riempie di piume, che consente e conferisce visibilità a qualcosa che abitualmente è profondamente intimo e vissuto in estrema solitudine.
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O ancora, lo stesso obiettivo di far percepire qualcosa di proprio dall’interno, così come viene vissuto “da dentro”, il regista messicano lo ottiene per sottrazione, nelle scene altrettanto belle in cui i ragazzi indossano le cuffie e ascoltano la musica di Epigmenio Cruz, la loro meta, il cantante che una volta ha fatto piangere Bob Dylan, che li mette in contatto con sé stessi, in sintonia con il proprio essere, mentre noi percepiamo silenzio, il silenzio di qualcosa che non è contaminato da influenze esterne, di qualcosa che non viene sporcato, inficiato, condizionato, che è protetto e che avvertiamo distintamente avere un enorme valore.
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Tutto sembra rimandare all’importanza fondamentale di saper riconoscere e valorizzare la propria individualità, di saper stare con sé stessi, all’esigenza vitale di riuscire ad ascoltare la propria essenza senza dover necessariamente ostentarla o gridarla, senza dover seguire un’onda e avere bisogno di qualcosa che sia alternativo o rivoluzionario per affermare il proprio essere, il proprio sentire, il proprio pensare.
Ruizpalacios mette in scena l’individuo, la persona, la soggettività, alternando la sua presenza, osservandola in personalità diverse e inserendola in contesti completamente differenti tra loro e rapportandola ad essi, esterni o interni, privati o pubblici, diurni o notturni, sociali e in condivisione o in solitudine; a dimostrazione del fatto, così come poi viene esplicitato nel bellissimo confronto finale con il cantante, che nel momento in cui lo riconosci e vi aderisci, niente ti potrà mai portare via quello che hai dentro, che è esattamente ciò che ti conferisce forza, che ti tiene in piedi, che se ti fidi di te, se attingi a te, qualsiasi sia la tua vita o ciò che ti gira intorno, che ti coinvolge, che ti perturba, che ti destabilizza, niente ti renderà abbastanza vulnerabile da travolgerti.
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Il regista messicano contribuisce così a dar lustro al cinema del suo paese, portando una ventata di freschezza e di novità, senza peraltro risparmiarsi di farsene un po’ beffa in una scena del film in cui i protagonisti chiacchierano di cinema.
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Un lavoro sensibile e delicato, quindi, questa piccola e preziosa pellicola, originato da una fonte di idee intraprendente e vivace e attingente da una linfa vitale che scorre unendo determinazione e sentimento, dimostrando decisamente un potenziale notevole da tenere in considerazione.
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TOM À LA FERME – Xavier Dolan – Canada, 2016

 

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Presentato in concorso, alla Mostra del Cinema di Venezia del 2013, Tom à la Ferme esce in Italia soltanto in questi giorni.
Al il suo quarto lungometraggio, Xavier Dolan, dopo J’ai tua ma mere, Les amours immaginaires e Laurence Anyways, era stato ammesso per la prima volta in gara in una manifestazione così importante, novità alla quale poi ha fatto l’abitudine, considerato che entrambe le sue opere successive, Mommy e Il più recente Just à la fin du monde, sono state non solo accolte ma premiate con i migliori riconoscimenti alle corrispondenti edizioni del Festival di Cannes.
In particolare, l’ultimo lavoro del regista canadese ha ricevuto quest’anno Il Gran Premio della Giuria, fattore che probabilmente ha indotto la distribuzione italiana a dare valore ai suoi film precedenti e meno noti, offrendo così al pubblico nostrano la possibilità di apprezzarli in sala.

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La pellicola è un adattamento della pièce teatrale dal medesimo titolo di Michel Marc Bouchard, drammaturgo connazionale con il quale Dolan ha collaborato con particolare entusiasmo in questo progetto nell’autunno del 2012, scegliendo questa volta di inoltrarsi e sperimentarsi nel genere del thriller psicologico.

Come dichiarato dall’autore, che ancora una volta, scrive, dirige e interpreta il suo film, Tom à la ferme avrebbe dovuto rappresentare un cambio di direzione rispetto ai suoi lavori precedenti, nei quali è sempre stato centrale il tema dell’amore impossibile, quasi a identificare una(così definita da Dolan stesso) involontaria trilogia; anche se poi, nonostante gli intenti, sia per dinamiche che per tematiche, il cambiamento probabilmente è risultato essere meno drastico di quanto lo stesso autore si era prefissato.
Nel senso che, per quanto il focus sia centrato apparentemente su emozioni come la paura e su vissuti di tensione, e per quanto la narrazione, oltre ad essere meno esplosiva e drammatica rispetto all’intensità del sentimento che si manifesta in tutte le forme, non solo negli altri tre film anche in quelli successivi, sia avvolta da un’atmosfera molto più rarefatta, anche in questo caso si respirano identità represse, conflitti interiori profondi ed è palpabile la sofferenza relativa a una relazione non condivisibile, non riconosciuta, nemmeno quando vissuta nell’ineluttabilità della morte.

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Quindi, permane il senso di inaccessibilità, l’assenza di libertà di poter vivere il proprio essere per quello che è, e anzi, forse in Tom à la ferme queste tematiche son anche un pochino più scontate o quantomeno comunicate in maniera meno originale e potente, rispetto ai lavori precedenti.

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Elemento di novità invece, non nel senso che non sia mai stato trattato, ma nella poetica di Dolan, perlomeno fino all’uscita di questo film, è il vivere questo non riconoscimento e questa alterità nel terrore, nella paura per la propria incolumità, l’essere vittima di mentalità arretrate, ignoranti e limitate e subire il paradosso di dover aver paura di qualcosa che è generato da nient’ altro che altra paura. Paura di ciò che non si conosce, di ciò che non verrà accettato, di ciò che potrebbe mettere in crisi un’immagine di sé precostituita, vincente, e in quanto maschile, forte e dura, rinchiusa in stereotipi che tengono prigioniera qualsiasi spontaneità o empatia verso ciò che viene percepito come diverso e quindi, una minaccia.

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Ancora una volta, una madre problematica, collaterale nella narrazione ma non per questo meno ingombrante, apparente causa del non detto gigantesco che aleggia nell’aria, pesante come il piombo, consistente quasi si potesse toccarlo, e della conseguente tensione indicibile che ne deriva.

Affettivamente inadeguata, incongrua anche nella mimica e nelle espressioni emotive.
Ride, piange, si stranisce, si arrabbia, più o meno indipendentemente dagli stimoli.

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Apparentemente inconsapevole di un segreto tenuto in piedi ufficialmente dalla paura di destabilizzarla, ma retto e alimentato da qualcosa di molto più profondo, magari forgiato anche dalla sua educazione, ma ormai insito, radicato e individuabile nell’incapacità di uscire da una struttura rigida e stereotipata, che non prevede debolezza, non concepisce dolcezza, che copre qualsiasi parvenza di vulnerabilità con arroganza e violenza, perché vissute come difetti e soprattutto come prerogative che si può scegliere di non possedere.
Salvo poi venir fuori apparentemente incoerentemente in un valzer, nel prendersi cura di una ferita che si è consapevoli di aver procurato, o nell’incapacità di separarsi da ciò che tanto si teme, confermando il bisogno e l’impossibilità di viverlo.

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Violenza e arroganza molto ben espresse e comunicate da Pierre Yves Cardinal, interprete maschile nei panni di Francis, grossolano e insopportabile contadino ottuso, vittima dei suoi limiti e carnefice allo stesso tempo, probabilmente il personaggio più interessante del film.

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Così, Tom, per quanto libero di essere sé stesso e di palesare la sua verità, è invece succube della propria solitudine, e seppur per breve tempo, rischia di scegliere un’asfittica e claustrofobica “normalità” distorta in cui si sente voluto, al respirare la propria aria, a vivere nel proprio corpo e con le proprie istanze, pur di non rimanere da solo.
Ma per fortuna, bastano poche ore perché l’orrore delle inevitabili conseguenze di determinate aberrazioni, si riveli in tutta la sua atrocità e lo risvegli come una doccia fredda, dandogli l’energia e la forza di riprendersi la sua vita.

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Purtroppo, simili ristrettezze mentali e conseguenti discriminazioni e abusi sono presenti dappertutto, ma nel film l’entità della distanza e della paura del diverso è amplificata dallo scarto esistente tra un contesto cittadino probabilmente più emancipato, da cui proviene il protagonista, e l’ambiente più arretrato di un contesto isolato come quello di un villaggio rurale.

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Dolan firma un’opera forse un po’ più debole rispetto alle altre, ancora molto dipendente dal suo ipertrofico ego, che per quanto ben inserito, è sempre onnipresente nel suo lavoro, con la differenza che in questo caso è molto meno compensato da elementi di originalità e di valore, nel senso che una narrazione molto più scarna e in parte più ovvia e un’ambientazione per quanto suggestiva, così essenziale, probabilmente tolgono qualcosa al suo solito brillante potenziale.
Inoltre, l’abituale estrema esposizione della propria intimità, potrebbe rivelarsi essere un’arma a doppio taglio per Dolan, nel senso che denota un’autenticità e una genuinità, dalle quali il passo all’eccessivo protagonismo in un film che non possiede l’energia e le qualità degli altri, può essere molto breve.

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Riguardo l’ambientazione, Dolan racconta che la piece comprendeva soltanto dieci scene che si svolgevano tutte in tre soli ambienti, una camera da letto, una cucina e un granaio, mentre lui ha sentito l’esigenza di inserire dei contesti alternativi, dando la possibilità al suo protagonista di muoversi in spazi esterni, che potessero amplificare la tensione generata in quelli interni, nella previsione che egli dovesse o potesse rientrarvi. Questo racconto è indice di quanto per il regista fosse importante curare il vissuto di paura e di angoscia, che avrebbe dovuto essere il perno di quest’opera e della sua evoluzione autoriale.

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Stesso obiettivo ha cercato di ottenere nella cura della colonna sonora.
Nel progetto iniziale di Dolan, sempre in virtù dell’intenzione di operare un grande cambiamento nel suo cinema, non avrebbe dovuto esserci musica in Tom à la ferme. Egli si era fatto l’idea che da un silenzio assordante sarebbe emersa una maggiore tensione, che sarebbero stati altri rumori, come gli ululati o quello del vento, a produrre il giusto stato d’animo.
La protagonista di Laurence Anyways, Suzanne Clement, gli aveva fatto notare che l’ utilizzo sfrenato della musica pop aveva fatto debordare eccessivamente la sua presenza nel film, così, accettando e riconoscendo la critica, si è ripromesso e ha mantenuto di far suonare eventuali canzoni pop soltanto in sottofondo magari nei bar.
Parlando poi con i suoi co-produttori, si è ravvisata la necessità di una presenza sonora che favorisse la caratterizzazione dei personaggi, così si è trovato un compromesso e individuato un compositore, Gabriel Yared, che dopo aver ricevuto la proposta e i dvd delle altre opere di Dolan, ha accettato di buon grado di lavorare col giovane canadese, il quale non solo è rimasto folgorato dalla sua musica, ma ha dichiarato che questa ha influito enormemente sulla riuscita del film e sul suo esserne soddisfatto alla fine del lavoro.

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Insomma, sarà anche un film lievemente più debole rispetto ai suoi tornadi, ma Dolan dimostra sempre e comunque delle grandi doti nel suo mestiere, una cura maniacale di tutti i particolari che contribuiscono al raggiungimento dei suoi obiettivi e una grande determinazione nel produrre dei risultati in definitiva più che apprezzabili.

 

LAURENCE ANYWAYS – Xavier Dolan – Canada, 2012.

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Presentato nella sezione Un Certain Regard dell’edizione del Festival di Cannes del 2012 e vincitore della Queer Palm nella stessa occasione, esce in Italia a distanza di ben quattro anni, distribuito da Movies Inspired, Laurence Anyways, terzo, stravagante e incredibilmente intenso lavoro del giovanissimo, allora ventitreenne, Xavier Dolan.

Il precocissimo talento di quello che, senza timore di esagerare, si può considerare a pieno titolo un vero e proprio enfant prodige, é assimilabile per certi versi alla squisita spregiudicatezza e alla sfrontatezza, prive di troppe strutture, di un bambino, prerogative che il regista usa a suo favore, traendone il massimo vantaggio.
Tra le sue opere, oggi ormai sei, tutte ampiamente riconosciute sia dalla critica che dal pubblico, Laurence Anyways , nel quale Dolan è contemporaneamente regista, sceneggiatore e montatore, probabilmente rimane quella in cui questo aspetto si dimostra essere più evidente.

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La chiara genuinità, la freschezza e la sincerità del suo slancio, rendono perdonabili gli eccessi di questo esuberante piccolo vulcano, che si manifestano sia in termini di drammatizzazione, esprimendosi in una frequente esasperazione dell’emotività, che in termini di forma, facendo riferimento alle varie scene kitsch, piuttosto che ai ralenti forzati o all’utilizzo di spregiudicato di inserzioni surreali.
Le sue pellicole sono sempre urlate, mai sommesse, non è un ragazzo che comunica a bassa voce, non sussurra di certo Xavier Dolan.
Non con la colonna sonora, sempre colorata e sparata a mille, estremamente eterogenea, ancor di più in questo caso, nella quale mette insieme le musiche più diverse e teoricamente incompatibili tra loro, alternando musica classica, musica rock e musica pop della più ordinaria, facendo delle scelte volutamente fortemente commerciali, forse semplicemente perché vi si riconosce, forse a provocare chi storce il naso davanti a tutto ciò che non è “vera arte”.

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L’ipertrofia naturale dell’autore canadese si traduce in un felice connubio tra urgenza di esserci e audacia.
Di sicuro, è necessaria una notevole dose di narcisismo, ma anche di coraggio, per mettere in scena e con tanta spudoratezza, opere come le sue, strapiene di bisogno di specchi e di altrettanto palesi insicurezza e vuoti affettivi, i quali si riempiono, o meglio, provano a riempirsi dell’immagine di sé o delle sue proiezioni nei suoi personaggi, nel senso che quelli che vengono fuori, nella più totale tenerezza, sono dei vuoti perfettamente allestiti ed efficacissimi, che proprio nel loro essere iperestesici e sgargianti esprimono altrettanto magnificamente le carenze dalle quali derivano.
Vuoti che poi sono espressi in maniera più esplicita nella costante rappresentazione di dinamiche familiari problematiche e conflittuali già viste e presenti più o meno in tutte le sue opere fin dall’inizio(J’ai tuè ma mere, Tom à la ferme, Mommy).

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In Laurence Anyways, Dolan mette in scena una difficilissima relazione sentimentale tra due persone che, pur amandosi enormemente, incontrano un ostacolo più grande di loro, che dapprima li mette a dura prova, fino a minare irrimediabilmente la loro capacità di gestirlo, soverchiando il bisogno reciproco di stare vicini e di costruire e mantenere uno spazio comune, condiviso, di evolvere e crescere insieme; come se in quello spazio, nonostante la reciprocità più volte confermata, la ferrea volontà di non perdersi, il sentire di non esserne in grado, non ci si stesse più in due.

“Tout ce que j’aime de toi, c’est exactement ce que tu déteste de toi. C’est ça que tu ne dis?”

Accade che a un certo punto del loro percorso, l’espressione dell’individualità di ciascuno, rende impossibile la condivisione, che anche la percezione di aspetti che prima erano vissuti insieme naturalmente e serenamente, ad un tratto cambia forma, ne assume una diversa per ognuno dei due e inevitabilmente l’equilibrio vacilla fino a rompersi e la strada che era comune si sdoppia.

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Dolan è bravissimo a esprimere l’ineluttabilità di questo sdoppiamento, a trasmettere in tutta la sua intensità, il dolore che comporta, a rappresentare quanto si diventa inaccessibili l’uno all’altro, indipendentemente da quanto ci si ama.
E lo fa con la musica, con i colori, nella cura minuziosa dei costumi, nel dirigere sapientemente i suoi due magnifici protagonisti, Suzanne Clement e Melvil Paupaud, entrambi attori di grande espressività e notevoli doti interpretative.
Ogni elemento contribuisce a urlare quell’impotenza, contemporanea e direttamente proporzionale alla forza del legame.
Elementi che per quanto i due registi siano completamente diversi, nelle origini e nel contesto in cui sono cresciuti, nell’esprimersi, nella propria soggettività, e soprattutto nell’esperienza, non è una cosa del tutto astrusa dire che per dirompenza, stravaganza e per eccessi, possano indurre il volgere di più di un pensiero verso Almodovar.

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Quando la necessarietà dell’essere, supera il bisogno dell’altro, quello della reciprocità, che per quanto sia un bisogno primario assolutamente fondamentale nell’equilibrio di qualsiasi essere umano, soccombe di fronte a quanto sia vitale occupare il proprio spazio, affermare la propria identità, vivere la propria essenza, qualunque forma, colore, consistenza essa abbia.

Eppure, riuscire ad allontanarsi, quando ci si ama profondamente , quando si è legati fino a quel punto, è un’impresa difficilissima.
Perché prima o poi il bisogno, lo slancio, la spinta verso l’altro superano la distanza, prevalgono sul tempo, sulle scelte, sul rischio di soffrire, emergono e riprendono forma, dando luogo all’ennesima prova, profondendo ancora speranza, ancora, sino all’esaurimento delle energie.
Perché sarà questo a porre un punto, non potendo contare, la fine, per realizzarsi, sull’aiuto di un sentire sempre inesorabilmente presente.

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È interessante sottolineare come il focus di osservazione non sia prevalentemente puntato su come certo modo di essere e di sentirsi “diverso” venga additato, rifiutato, discriminato.
Sono tutti elementi presenti nella narrazione, ma l’onda che investe maggiormente lo spettatore, è piuttosto quella del dolore personale che colpisce chi, come conseguenza della rivelazione di una identità, è impossibilitato a viversi in relazione.
E questo viene rappresentato nel vissuto di entrambe le parti, entrambe sofferenti e frustrate da tale preclusione, quella del diverso e quella di chi lo ama.

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Così, paradossalmente, il vissuto di chi sposa la propria identità, per quanto questa dall’esterno possa essere percepita anormale, diversa, quello di chi risponde alle proprie istanze, è molto meno destabilizzante di quello di chi, non ha effettuato una rivoluzione di sé, ma ha subito quella dell’altro, che è sì, totalmente incoerente e lontana dal suo sentire.
E questa non è altro che la dimostrazione del fatto che per quanto dolore si possa provare nel rinunciare a un amore, nel perderlo, l’equilibrio non può stare che nel proprio baricentro individuale, che è molto più pericoloso rinunciare a sé stessi che a qualsiasi reciprocità.

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È bellissima Fred, interpretata dalla bravissima Suzanne Clement, premiata a Cannes per la sua interpretazione come migliore attrice protagonista, che non possiede nessuno degli stereotipi di bellezza tipici di questo tempo, non è magra, non è alta, non è fine, non è elegante, ma è incredibilmente vera, nell’esprimente la sua frustrazione, nel gridarla, sputarla addosso al mondo, davanti all’attonito e impotente, suo amore impossibile; ed è altrettanto bella nel ridere insieme a lui, nel desiderarlo, nel saltargli al collo quando lo ritrova.

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E infine lui, lei, Laurence.
Il suo coraggio nell’affrontare quello che gli accade, il necessario egoismo per poterlo portare avanti, per poterne gestire l’urgenza, il terrore di non essere amato, dalla madre soprattutto, ma da chiunque, senza mai retrocedere, non perché non faccia male ma perché non può, non può non fare i conti con la realtà, come non può smettere di respirare o di dormire.
E allora la lascia accadere, se ne prende tutto il carico, ne affronta gli stati d’animo, e nonostante l’inaccessibilità al padre, alla madre, alla sua donna, al mondo, continua ad amare.

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