JULIETA – Pedro Almodovar – Spagna, 2016.

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Presentato in concorso alla 69esima edizione di Cannes, Il ventesimo film di Pedro Almodovar è un’opera probabilmente meno dirompente, che non possiede la veemenza e l’impeto cui il regista spagnolo ci ha abituato nelle varie evoluzioni della sua carriera.
Temi a lui cari come la passione, il dolore, il sentimento, tutti quasi sempre comunicati con la massima intensità e drammatizzazione, in Julieta sono costituiti dagli stessi elementi ma sono meno esplosivi, più compassati, la loro espressione è più asciutta ed essenziale, rappresentano vissuti costruiti nel tempo, più eterogenei, stratificati, meno immediati, ma non per questo meno potenti.
Il fatto che si tratti innegabilmente di un uomo fortemente empatico, fa sì che ogni dimensione da lui descritta, anche le dinamiche meno ricercate, che anche un abbraccio in cucina al mattino, il guardarsi nello scomparto in un treno, il ricevere una lettera inaspettata, assumano una gamma infinita di sfumature confluenti in tanti piccoli grandi punti luce che riscaldano e riempiono gli occhi e l’emotività dello spettatore.

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Il soggetto è il prodotto di un adattamento libero di tre racconti della raccolta dal titolo Runaway (In fuga in Italia) del Premio Nobel Alice Munro. L’idea nasce dal proposito iniziale del regista, di ambientare tutto il film in un treno, che gli ha fatto individuare l’ispirazione dapprima in uno dei racconti della scrittrice canadese nel quale vi è la descrizione di una scena che si svolge interamente all’interno di un vagone; proposito poi evolutosi nell’utilizzarne tre, adattandoli in base alle sue esigenze narrative, e nel farli convogliare nella vita di un unico personaggio che rappresentasse il fulcro del suo progetto, ancora una volta, instancabilmente, una donna, Julieta.
Almodovar conferma la sua grande capacità di muoversi in perfetta sintonia con ogni elemento dell’universo femminile, esplorandolo nei suoi aspetti più complessi e soffermandosi con altrettanta cura sui dettagli, finendo sempre col darne una visione d’insieme estremamente ricca e variegata, appagante ,che rende ogni sua opera un’inesauribile fonte di energia.

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Julieta è una donna estremamente sofferente, gravata da un passato difficile e penoso che ripercorre nei suoi snodi più significativi, tentando di dargli un senso e di elaborarne i conflitti che hanno influenzato e continuano a condizionare pesantemente la sua quotidianità e le sue scelte.
Così, nel progredire del suo doloroso cammino attraverso la memoria, constatiamo insieme a lei quanto sia impossibile andare avanti con la propria vita e tollerare che qualcuno con cui si è avuto un legame affettivo profondo, possa davvero smettere di amare, che improvvisamente o gradualmente, qualsiasi siano le ragioni, supposto che ne esistano di plausibili, possa accadere di non essere più importanti per una persona per cui lo si è stati, per cui si è certi di esserlo stati; di non essere più nella sua mente, nella sua anima, che quella persona possa essere diventata indifferente, di poter essere estirpati dal suo mondo, che possa dileguarsi, scomparire dallo spazio condiviso che era di entrambi.
È qualcosa che per alcuni, non solo è quasi intollerabile, ma è proprio difficilmente concepibile. La sensazione è quella di avere una vera e propria allucinazione, come se un momento si vedesse un albero, un palazzo, un fiume, un qualsiasi oggetto stabile davanti a sé, si chiudessero gli occhi e il momento successivo, quell’oggetto, che nella propria testa non può spostarsi, non può muoversi, DEVE essere lì, si riaprissero gli occhi e non ci fosse più. È una sensazione atroce, devastante, che nell’immediato stordisce, fa vacillare il proprio baricentro emotivo e a lungo termine si ripercuote poi enormemente su ogni evoluzione personale, legame, affetto futuro.

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Almodovar riesce a trasmettere magnificamente tutto questo, lo realizza e lo affronta utilizzando come strumento di narrazione un viaggio attraverso i ricordi della sua protagonista, interpretata in modo impeccabile da entrambe le attrici di grande espressività e talento, scelte dal regista per il suo ruolo, la carismatica e bellissima Adriana Ugarte che la incarna da giovane, e la più sobria e contenuta ma non meno incisiva, Emma Suarez, gravata dal peso degli anni e della sofferenza.
Un viaggio interiore intimo e solitario, che paradossalmente ma neanche tanto, assume una forma comunicativa, quella epistolare, di una lettera mai indirizzata né spedita.
Un dialogo con chi non c’è, una voce nel vuoto che esprime in tutte le sue sfaccettature l’affetto, la passione, lo slancio, comunicati mediante il potere delle immagini e delle doti interpretative degli attori, in maniera talmente sensoriale e realistica, da far sì che il dolore per la loro perdita, sia altrettanto, se non maggiormente efficace e sentito.
Quella pena tangibile e inconfondibile che assume talmente tanta consistenza da dare la sensazione di poter essere toccata, di poterne sentire l’odore, il sapore, data dall’angoscia che determina abitare quel vuoto; essere rimasta da sola a viverci, arredarlo, corredarlo di torte di compleanno che non verranno mai mangiate, di candeline che non saranno mai spente, di statuette che rappresentano qualcosa o qualcuno, di simulacri di qualsiasi cosa che non c’è purché rimanga qualcosa, modificarne la forma cambiando il luogo, i colori, le pareti, i pavimenti, ma sapere perfettamente e inesorabilmente che non è altro che il solito opprimente e irriducibile vuoto.

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È particolarmente efficace e significativa l’universalità di quel vissuto di perdita, come esso sia divenuto assoluto, che comprenda il vuoto di un lutto e allo stesso tempo quello dell’abbandono, che possa riguardare un uomo o una figlia, che non importa quale ne sia l’oggetto perché le due cose si fondono in un unico omogeneo e pregnante nulla col quale fare i conti.

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Nonostante si tratti di un film estremamente doloroso e sofferto, tutto è inserito in una dimensione molto dinamica che indica una costante evoluzione. I molteplici flashback, i frequenti riferimenti agli spostamenti, denotano un movimento perpetuo, che è specchio di vitalità, nel dolore o meno.
Vi è una continua alternanza tra contrazione e dilatazione delle dimensioni di tempo e spazio, che non sono mai statiche. Niente è immobile, tutto evoca un passaggio, un percorso. Il treno, il trasloco, il pellegrinaggio, il mare.
Un viaggio che passa attraverso tutti gli elementi cardine dell’esistenza umana, l’innamorarsi, la nascita, il tradimento, la colpa, la malattia, l’amicizia, la perdita, la morte.
Tutti vengono percorsi, toccati, sentiti, trasmessi come parte integrante della vita, come realtà che non può far altro che accadere, di cui non si può far altro che percepire l’effetto e accoglierlo, accettarlo, sia esso gioia o dolore, paura, rabbia, angoscia o sorpresa.

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Almodovar ha dichiarato di vedere la sua Julieta una persona debole e vulnerabile, addirittura la più debole tra le donne da lui ritratte, in quanto vittima delle sue perdite.
A mio avviso, il fatto che Julieta abbia subito le sue perdite, che ne abbia sofferto infinitamente, che sia impotente davanti a quel vuoto, non la rende affatto debole. Vulnerabile, forse, sì, ma non debole.
Perché quel dolore è incredibilmente vivo, viene da un’anima pulsante e qualsiasi emotività, per quanto dolorosa, è un indice di vitalità e quindi di forza. Ci vuole molta più forza per essere consapevole di quel dolore e ascoltarlo, assorbirlo, farsene impregnare, come fa lei, piuttosto che per negarselo, nasconderselo o sminuirlo, come fa di solito chi apparentemente ne è meno vittima. E lo paga comunque.

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MA VIE DE COURGETTE – Claude Barras – Francia, Svizzera, 2016.

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Altra rivelazione dalla Quinzane des Realisateurs di Cannes, che quest’anno è stata decisamente ricca di sorprese positive, a partire dall’afgano Walf and sheep, passando per i nostrani Virzì, Giovannesi e Bellocchio, continuando con il cinema sudamericano del Poesia san fin di Alejandro Jodorowsky e culminando nel gigantesco Neruda di Pablo Larrain, Ma vie de courgette rappresenta uno splendido esempio del valore e della poesia che si possono riscontrare nel cinema di animazione, nel quale la Francia si sta dimostrando sempre più prolifica e talentuosa negli ultimi anni.

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Il film, tratto dal romanzo Autobiographie d’une courgette di Gilles Paris, e diretto dallo svizzero Claude Barras, è un’opera pregevolissima, infinitamente tenera, dotata di un’anima propria capace di sprigionare un energia e un calore che arrivano dritti al cuore dello spettatore, suscitando ora commozione, ora sorrisi, con una naturalezza mirabile.

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Ci troviamo davanti a uno slancio pulito, sincero, che induce facilmente la sensibilizzazione anche del più irriducibile degli imperturbabili, toccando corde essenziali e rendendole accessibili senza drammatizzare o peccare mai di banalità o facile sentimentalismo.

Nonostante l’utilizzo di diversi elementi nei quali si potrebbe riconoscere degli stereotipi, questi non appaiono mai scontati ma al contrario, nella loro essenzialità, assumono sempre un aspetto intimo e vivo, cosicché la semplicità, lungi dall’essere una pecca, diventa un valore aggiunto.

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Coadiuvato dalla scrittura di Celine Sciamma(già regista di Tomboy e Diamante nero), Barras crea un racconto lineare, che individua in modo diretto, tutti gli aspetti più genuini e innocenti della sensibilità infantile, rendendola duttile come la plastilina dei suoi straordinari piccoli protagonisti e facendone magistralmente materia disponibile per l’emotività adulta, più strutturata e rigida, ma altrettanto avida di verità e purezza così chiare e immediate.

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Courgette è il buffo soprannome dato dalla mamma al piccolo Icare, che potrebbe sembrare un semplice nomignolo di poco conto, ma rappresenta l’unico e ultimo frammento di identità che lo fa sentire visto da un genitore per il resto totalmente incurante, l’unico a partire dal quale può costruire un senso di sé, che non può avere origine, se non dal sentire in qualche modo, anche se per venire chiamato con il nome di un ortaggio, di essere nella sua mente, nella mente di chi dovrebbe amarlo e invece lo lascia solo, completamente solo in un mondo grande grande.

E infatti Courgette vi si aggrappa in modo commovente, per poter mantenere un minimo di equilibrio quando tutto il resto del suo mondo gli crolla letteralmente addosso.

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In poco più di un’ora vediamo rappresentata tutta la profondità di condizioni nelle quali purtroppo, anche chi è in un’età in cui dovrebbe poter vivere solo di gioco e spensieratezza, si può trovare a dover affrontare e gestire realtà più grandi di lui, come la morte, addirittura per propria mano e di un genitore, l’abbandono, abusi, violenze e soprattutto, la solitudine.

Quella voragine di tristezza e rassegnazione perfettamente riconoscibile e resa in maniera incredibilmente reale nei disegni degli occhi di questi bimbi colorati, sempre vivi e mai arresi, ma con quel velo perenne che è diventato e sarà ormai per sempre parte di loro, che gli conferisce quell’alone di malinconia che si vede da lontano e che, qualsiasi riscatto possibile, nuova esperienza, traguardo raggiunto, non potrà che essere loro costante compagna di vita.

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Ma non per questo gli preclude l’unico accesso alla linfa vitale di cui è dotato ogni essere umano, il bisogno di amare e di essere amati, la capacità di darsi e di dare, l’innata spinta a creare legami affettivi, seppure inficiati o mediati dalla rabbia, dalla diffidenza, dagli ovvi muri innalzati per difendersi dopo esperienze di dolore, e anzi, proprio l’esserne così bisognosi e carenti, rende la reciprocità la prima ragione di vita, unico propulsore di stimolo e di energia, alimentatore di uno slancio vitale che altrimenti si sgonfierebbe demotivandosi.

Così non solo si rimane, ma si è più capaci degli altri di creare fortissimi legami di amicizia, complicità e di godere della presenza di chiunque dimostri umanità, empatia e affetto.

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Una profondità peraltro, del tutto scevra di qualsiasi pesantezza, alleggerita sapientemente dai colori, dai disegni essenziali e bellissimi, nei quali ogni piedino ha un potenziale evocativo enorme e sarebbe da incorniciare, dall’elementrietà della plastilina, da una neve meravigliosa che diventa fonte del più grande divertimento(gemma preziosa la scena della notte in gita), da una lattina di birra che rappresenta un’affettività dolorosa e mancante che si trasforma in una barchetta quando incontra un affetto sicuro e sincero, da una dolcissima e incredibilmente bella foto ricordo.

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E probabilmente, chi si è trovato ad essere davvero abbandonato, a vivere in un orfanotrofio, a sperare invano per giorni di sentirsi voluto, potrebbe recepire con un po’ di amarezza un fine così lieto nel quale il piccolo eroe, non solo viene adottato, ma insieme alla sua amichetta, recuperando più punti di riferimento affettivi e avendo accesso forse un po’ troppo facile a una  condizione di vita ideale per costruire un futuro che riscatti il suo triste seppur breve passato.

Perché purtroppo è un eufemismo dire che non accade sempre, in realtà quasi mai si verificano tante circostanze favorevoli e felici in vite così disastrate, e quando accadono, spesso quei cuoricini sono tanto feriti da non essere più in grado di recuperare la serenità.

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Ma mi piace pensare che anche chi lo sa, chi lo ha vissuto, chi è consapevole di questo, possa accogliere l’ottimismo, la freschezza, la poesia che questa preziosissima opera comunica, e che nel suo piccolo grande intento, essa possa favorire anche nel più disilluso, il coraggio di credere che per chiunque c’è una speranza, e che soprattutto per i più piccoli, possa essere un incentivo a non smettere mai di desiderare, di sognare, e soprattutto di sentire di meritarsi ogni briciolo di affetto, ogni momento felice, che qualcuno venga a salvarli oppure no, e che quell’amarezza lasci il posto a tutta la fiducia e il desiderio che possono sopportare, perché li meritano come tutti gli altri.

 

NERUDA – Pablo Larrain – CIle, 2016.

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Danzando in modo meravigliosamente fluido tra generi diversi, tutti perfettamente sinergici e muovendosi con estrema disinvoltura tra finzione e realtà, tra politica e arte, Pablo Larrain compie l’ennesima impresa (la sesta per la precisione), confezionando un grandissimo film, di cui non si può far altro che godersi ogni immagine, ogni dialogo, ogni sfumatura. Ancora una volta, quello che non si fa alcuna fatica a definire, senza timore di peccare di eccesso di entusiasmo, all’età di soli 39 anni, come uno dei più grandi registi viventi all’attivo in questo momento, spaziando tra noir, western, road movie, riesce a rendere totalmente originale quello che avrebbe potuto essere un biopic, traendone una sua personalissima e intima creazione, completamente avulsa da qualsiasi possibile definizione e libera da ogni tentativo di inquadramento. Creazione nella quale inserisce tutta una serie di ingredienti che la rendono preziosa e sorprendente, a partire dagli elementi visivi, come sempre estremamente curati, tra i quali spicca la sua abituale straordinaria scelta dei colori, che avvolgono e riempiono l’opera in ogni sua evoluzione, costituendo parte integrante della sua struttura, in totale equilibrio e sintonia con tutto il resto.
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Scegliendo un soggetto già di per sé estremamente carismatico e caratterizzato da una miriade di sfaccettature attraverso le quali osservarlo, Larraìn rende straordinariamente proprio il celebre poeta, suo connazionale e omonimo, Pablo Neruda, mettendone in scena un tratto di vita che affida amorevolmente al suo geniale immaginario, il che gli consente di dipingerne la figura nei suoi aspetti più contraddittori, intimi e profondi. L’idea del regista è nata dalla scoperta di un’opera di Neruda meno nota rispetto alle sue più popolari poesie d’amore, il Canto General, scritta durante la fuga e l’esilio del poeta, conseguiti alle sue prese di posizione in parlamento contro il generale Videla, le quali, data la sua celebrità e il largo seguito nel popolo cileno, lo hanno reso un personaggio scomodo per il governo, che ne ha così ordinato la cattura.
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Larraìn incentra la narrazione sulla reale fuga del poeta, adattandola alla sua personale visione dell’uomo, della vicenda e del contesto storico-sociale del momento, e inserendola in una dimensione immaginaria, prodotto dell’unione tra sue prerogative caratteristiche, quali spessore umano, visceralità ed estrema sensibilità al dolore, sia esso di un uomo, di un popolo o di una nazione, cosicché questo particolare periodo della vita di Neruda assume una luce propria potentissima che le conferisce un enorme potere di coinvolgimento. Egli sceglie di rappresentare questa figura così affascinante, proponendola nell’ambito della condizione ideale per poter identificare, osservare e comprendere un uomo: la relazione. Così, ci offre il poeta in relazione con la moglie, con il suo pubblico, con i suoi avversari politici, ma soprattutto con se stesso.
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A partire dalla, a tratti beffarda, a tratti incerta, rabbiosa e a tratti piena di orgoglio ferito, ma sempre efficacissima voce fuori campo, il regista crea un personaggio preziosissimo, interpretato da un grande Gabriel Garcia Bernal, il poliziotto incaricato di catturarlo Oscar Peluchonneau, che diviene fondamentale nello sviluppo dell’opera e nella rivelazione dei tratti peculiari della personalità del poeta, dandogli l’onere di costituirne ora il nemico, ora l’ammiratore, ora l’alter ego. Quest’ultima è probabilmente la più audace e incredibilmente incisiva manovra compiuta da Larraìn in questo film, che oltre a permettergli di affrontare il tema muovendosi su piani diversi e sovrapponendoli, quello politico, quello artistico, quello della competizione e del narcisismo dell’uomo, gli consente di stemperare la drammaticità della narrazione, includendo diversi spazi di ironia che si amalgamano perfettamente con momenti di forte tensione e impatto emotivo, particolarmente intensi.
Nello stesso tempo Larrain effettua una serie di operazioni, il prodotto di ognuna delle quali si staglia in perfetto equilibrio disponendosi a dipingere un unico quadro nel quale dà modo allo spettatore di osservare il poeta nella sua individualità, nei suoi limiti umani, nei suoi vizi, senza idealizzarlo, e contemporaneamente, nella sua urgenza politico-sociale e nella sua arte.
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Il regista cileno utilizza una delle figure più carismatiche del suo paese per denunciare ancora una volta la persecuzione nei confronti di un’intera categoria di individui che, soltanto in virtù del loro credo politico, sono stati discriminati, perseguitati, imprigionati e uccisi; e per sottolineare quanto sia stata determinante l’influenza degli Stati Uniti e del loro potere, nella storia del Cile e dei suoi abitanti.
In quest’opera come nelle sue precedenti, e nelle più recenti firmate dagli autori suoi connazionali, primo tra tutti Patricio Guzman, è impressionante riconoscere quanto l’enormità delle sofferenze e delle ingiustizie subite e vissute da questo popolo abbiano determinato un senso di identità e un orgoglio profondissimi e incredibilmente forti. Impossibile per chi li ha visti entrambi, non notare la forte somiglianza nelle immagini che ritraggono i campi di concentramento nei quali sono stati rinchiusi i comunisti cileni, con quelle mostrate in Nostalgia de la Luz, che riprendono gli stessi campi, immagini che Larraìn rafforza, intensificandone il potere evocativo, sottolineando la loro gestione da parte di Augusto Pinochet.
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Larraìn si è avvalso del solito cast impeccabile, costituito da interpreti fedelissimi con i quali ha sempre dichiarato di avere una particolare intesa, Alfredo Castro nei panni di un detestabile e come sempre ineccepibile presidente Videla, il già citato Gael Garcia Bernal, diversi degli interpreti già apprezzati nelle opere precedenti e un bravissimo Luis Gnecco, che nonostante venga da una carriera come comico, è perfettamente a suo agio nel ruolo di un Neruda incredibilmente somigliante ed espressivo.
 
Quindi, ancora per Larraìn, una straordinaria dimostrazione di talento, di spessore artistico, di potenza autoriale e di grande energia comunicativa, che lo confermano tra le più valide e autorevoli firme del cinema contemporaneo, a dispetto della sua giovane età.

FIORE – Claudio Giovannesi – Italia, 2016.

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Con Fiore, presentato alla Quinzaine des Realisateurs a Cannes e in sala dal 25 Maggio, Claudio Giovannesi, romano, classe 1978, al suo terzo lungometraggio, torna alla regia dopo quattro anni, forse un po’ più maturo dal punto di vista formale rispetto ai lavori precedenti, nei quali peraltro è chiaramente riconoscibile la necessità di raccontare una dimensione inquieta, spaesata, smarrita, perennemente in bilico; un disagio che in Alì ha gli occhi azzurri ha preso la forma del malessere dei giovani extracomunitari in Italia, e che in questo caso si incarna nella drammatica realtà del carcere minorile e di tutto ciò che ruota intorno ai difficili percorsi di vita e di crescita che vi ci portano, strade che spesso diventano canali quasi obbligati, veri e propri destini, se non quantomeno, esiti molto probabili.
In sinergia con Daniele Ciprì alla fotografia, il regista romano costruisce un piccolo prodotto delicato ma contemporaneamente potente, sentito e autentico, seppur non privo di imperfezioni, di indubbia ed encomiabile qualità.

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Dopo aver trascorso quattro mesi a stretto contatto con loro, effettuando un lungo e approfondito lavoro di ricerca, Giovannesi sceglie una rappresentazione quasi documentaristica, poco narrativa, percorrendo insieme a questi ragazzi il fluire quotidiano delle povere vicissitudini che costituiscono la loro vita, senza inserire nella trama alcun particolare evento o elemento catalizzante, consentendo così allo spettatore di percepire in tutta la sua amarezza, lentezza, indolenza, il vissuto interiore che la contraddistingue, fatto di angoscia, rabbia, paura, ma soprattutto di un gigantesco vuoto. Quel vuoto affettivo che li porta a non avere niente da perdere, a ristabilire completamente le priorità in modo apparentemente irragionevole. E quindi a rubare quando sai che sarai scoperto, a scappare quando sai che sarai preso, e peggiorerà inevitabilmente e considerevolmente la tua situazione, pur di lenirlo anche solo per qualche ora.
A reagire con comportamenti aggressivi e incongrui, quando si ripiomba in quel vuoto, quando qualcosa ti ci ritrascina dentro, quando l’unico riempitivo illusorio di quel buio interiore è la telefonata che puoi fare a casa o il colloquio con chi ti verrà a trovare. E nel momento in cui vengono meno anche quelli, in cui perdi la speranza che esista qualcuno al mondo che ti pensa, per cui sei importante, ti cade il mondo addosso e tutto perde senso.
Sì, perché è tutto lì, il senso sta tutto nel percepirsi qualcosa per qualcuno. Sentirsi visti, pensati, amati. Se si perde, o, per come si è cresciuti, non si è mai avuto questo, non ci sono gli strumenti necessari per stabilire i pilastri su cui costruire un proprio essere strutturato, stabile, capace di autoconservarsi e sopravvivere nel mondo.
Si costruiscono personalità monche, smarrite, estremamente vulnerabili, enormemente esposte a qualsiasi errore o caduta, dall’assunzione di sostanze a qualsiasi scelta autodistruttiva.

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La tragedia è che in questo film li vediamo a 16-18 anni, quando ancora ci sperano, quando cercano di colmare quei vuoti tra di loro, unendo le loro affettività monche, spaurite, nell’illusione che possano compensare le voragini profondissime che risucchiano la loro forza d’animo, che tolgono consistenza al loro essere, tenendoli in un equilibrio perennemente precario.
E poi te li ritrovi lì, dopo 10, 20 anni, ancora con gli stessi vuoti, dopo averci vissuto sopra altre decine di errori, di fughe, di ricadute, di conferme della loro debolezza e del loro senso di fallimento, ogni volta più disprezzati e meno capiti, abbruttiti, stanchi, rassegnati, con quei vuoti d’affetto incancreniti, ma esattamente con gli stessi bisogni di quando erano adolescenti, e prima ancora, bambini, che ancora l’unico modo di scorgere un po’ di vitalità nei loro occhi è dargli modo di vivere l’esperienza di qualcuno che li ha a cuore, siano essi familiari, amici, o nei casi più tristi, solo operatori che se ne occupano.

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E quando ci si chiede come si fa ad essere così stupidi da non tornare da un permesso sapendo benissimo che comporterà sei mesi in più di reclusione, come si fa a rubare un rossetto sapendo che si rischierà un rapporto praticamente certo, dar fuoco a una coperta conoscendo perfettamente le conseguenze, si dovrebbe vedere queste azioni in una prospettiva più ampia, nella quale le priorità e il razionale delle cose si ridimensionano, dove la frustrazione di sentirsi totalmente soli, di non poter respirare l’aria di tutti, di dover usare lo stesso bagno di altre dieci persone, di vedere le sbarre, supera qualsiasi assennatezza e spesso determina la compromissione e o il fallimento di qualsiasi proposito ragionevole.
E chissà quante volte, ci si trova a considerare certe condizioni o peggio, a giudicarle, senza aver mai provato frustrazioni di quel genere, e senza sapere che forse se si fosse nati in famiglie o cresciuti in contesti in cui ci si fosse trovati più volte o costantemente a dover vivere profondamente la sensazione di non essere importanti per nessuno, di non essere visti, voluti, pensati, amati, una condizione che diventa parte di sé, che diventa ciò che ti spetta, probabilmente non si sarebbe in grado di comportarsi in modo diverso.

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Pochi giorni fa in una conferenza, il noto sociologo polacco Bauman, citando Umberto Eco, ha detto: “La condizione fondamentale perché esista un essere umano è la presenza di un altro essere umano. È il suo sguardo, quello dell’altro, che definisce chi siamo. Così come non possiamo non mangiare o non dormire, non possiamo esistere senza la reazione di un altro che ci vede”.

Ecco, se si tenesse sempre presente questo fondamentale concetto, sarebbe più facile entrare in empatia e comprendere determinati stili di vita certamente scelti, ma mai a caso.
Ed è ciò che risalta di più nella tenerezza e nella verità dell’opera di Giovannesi.

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Oltre che bellissima e perfettamente a suo agio nella scena, è particolarmente carismatica la piccola e potentissima Daphne Scoccia, che, con i suoi primi piani e la sua espressività, costituisce da sola la fonte di gran parte dell’energia del film.
Pur così giovane e totalmente inesperta (Giovannesi ha dichiarato di aver scelto appositamente, a favore dell’autenticità, degli attorni non professionisti), è in grado di trasmettere molto bene vissuti profondi anche di polarità totalmente opposta, rabbia, estrema diffidenza, speranza, timidezza, gioia.
Molto bella e indicativa in questo senso la scena in cui in silenzio, solo guardando il padre che tra poche ore dovrà riportarla in carcere, esprime in modo intenso e doloroso tutta la tristezza e l’incapacità di godere dei pochi momenti di svago che le sono stati concessi.

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Incisiva e riuscita anche la partecipazione, per quanto marginale, del solito efficacissimo Valerio Mastandrea, nel ruolo di un padre disastrato che prova a rimettere insieme i pezzi della sua vita, che vuole bene alla figlia ma è del tutto incapace di occuparsene, possedendo a stento, e da pochissimo tempo, gli strumenti per badare a se stesso. E restando in piedi, a conferma di quanto detto, solo grazie a una presenza affettiva stabile, che gli dà modo di dare un senso alla sua vita.

Tra i difetti – forse un po’ troppo lungo -, non si può certo definirlo un film avvincente, ma non vuole nemmeno esserlo, ci si trova senza dubbio davanti a un prodotto riuscito, nel quale è possibile individuare diversi pregi, non ultimo, tra gli altri, quello di introdurre lo spettatore in una realtà non esattamente accessibile e di comunicarne più che discretamente gli aspetti più profondi.

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LA PAZZA GIOIA – Paolo Virzì – Italia, 2016.

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Scegliendo un soggetto tra i più sfruttati in assoluto, effettivamente Paolo Virzì non ha esattamente intrapreso una strada facile.
E proprio da questo punto di vista, gli va innegabilmente dato atto di aver avuto la sensibilità e l’onestà necessarie per riuscire in un’operazione che non è affatto immediata, e soprattutto, non è mai superflua quando si tratta di disagio mentale.
Trasmettere in modo perfettamente accessibile ed efficace quanto al di sotto di qualsiasi forma possa assumere tale disagio, qualsiasi siano i suoi connotati, qualsiasi le caratteristiche fenomeniche attraverso le quali si manifesta, esista un malessere, una sofferenza, che è comune a chiunque, nessuno escluso, che parla la stessa lingua in ogni essere umano, al di là di qualsiasi etichetta diagnostica posta dall’esterno, di qualsiasi linea di demarcazione possa essere erroneamente tracciata tra sani e malati, che si può condividere, accogliere, comprendere o non comprendere affatto, respingere o allontanare, ma è la stessa per tutti, dentro, nel profondo, non ha la forma di un sintomo, di qualcosa che va spento, soppresso, curato, non è depressione, non è euforia, non è ansia, è dolore.
Lo stesso dolore che qualunque individuo è in grado di provare, al quale tutti siamo esposti, tutti.
Il fatto che poi possa assumere l’una o l’altra forma sintomatica è secondario.

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 Tutto questo, Virzì è stato in grado di farlo emergere molto bene, agevolato, anzi, forse sarebbe più appropriato dire, praticamente sorretto, dalla grande prova interpretativa delle due protagoniste, che hanno incarnato in modo sublime due personaggi scritti molto accuratamente, che palesano sia la sintomatologia che la sofferenza che ne è l’origine, ma ciò che è più prezioso è che sono in grado di far incontrare i loro malesseri, di farli interagire, di creare una reciprocità anche a partire da essi, e attraverso questa evolvere e determinare un progredire generativo.
Dove generativo non significa guarigione, non significa “e vissero tutti felici e contenti”, non significa ciò che non può significare, così che il film non scade mai nel melodrammatico o nel facile sentimentalismo in questo senso, ma può essere ed è l’unica strada per accedere ciò che c’è sotto il sintomo, poter percepirsi ed essere percepiti le persone che si è sotto quel malessere, e non dover sentire il proprio disturbo come un macigno, stagliarsi davanti a un sé che ne viene schiacciato, oppresso, e che spesso si perde senza che nemmeno se ne abbia consapevolezza.

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D’altra parte, pur non potendocisi esimere dall’apprezzare e godere di questi aspetti indubbiamente molto pregevoli del film, a voler essere obiettivi e ad un’osservazione neanche tanto accurata, allo stesso tempo, non si può nemmeno evitare di dispiacersi del fatto che Virzì abbia intagliato una pietra di grande valore, incastonandola in una struttura che non ne è all’altezza.
A partire da tutti gli altri personaggi, tutti molto approssimativi e poco curati(come se quella cura fosse stata tanta ed esauritasi nell’attenzione riservata ai due principali), per continuare con il contesto in cui si sviluppa la narrazione, e ancora con il succedersi stesso degli eventi, tutto ciò che non riguarda direttamente le due meravigliose protagoniste e la loro relazione, dà la sensazione di essere poco approfondito, come se non ci si fosse presi troppo tempo per pensarlo, ma soprattutto, appunto, di essere palesemente pensato, ragionato, allestito formalmente ma poco sentito, con l’esito di risultare poco autentico, oltre che neanche sempre credibile; il che cozza e inevitabilmente stride con il perno centrale dell’opera, costituito da queste due grandi donne e dal loro rapporto, che invece presenta esattamente le caratteristiche opposte, essendo estremamente sincero e tutto fuorché poco sentito, e delineando, al contrario, un quadro perfettamente dipinto con pennellate fluide ed estrose, verosimilmente rese possibili più dal talento delle due interpreti che non dalla regia. Tanto da consentire che la loro energia e il loro slancio vitale oscurino e probabilmente compensino le mancanze dell’opera, che risultano così essere meno rilevanti.

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Nonostante le imperfezioni, è più che riconoscibile nella pellicola, la usuale capacità di Virzì di rendere facilmente accessibili, delle realtà individuali profonde, tracciandone con sicurezza e attenzione gli aspetti più peculiari e le caratteristiche nelle quali ci si possa identificare agevolmente, così come ci ha già abituato ad apprezzare in opere come Ovosodo, Tutta la vita davanti o La prima cosa bella.

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Tornando alle due attrici, Virzì le trova entrambe in particolare stato di grazia.
Valeria Bruni Tedeschi offre una fantastica interpretazione, incarnando perfettamente tutti gli aspetti dell’euforia e della vitalità di una donna cui non è rimasto altro che sé stessa e il suo estro, che ha trovato come unica via di fuga da una decadenza e un declino intollerabili, quella di esaltare il proprio essere fino all’eccesso, dando sfogo a quella pazza gioia contagiosa e travolgente che dà il titolo al film, di sparare a mille ogni sua risorsa per trascinare avanti quel senso di solitudine e quella vulnerabilità neanche troppo nascosti che nella loro trasparenza totale non sarebbero gestibili.
Micaela Ramazzotti regala invece un’interpretazione più sobria, misurata, nonostante sia palese la drammaticità del suo dolore, la forza che la porta verso il basso, e forse proprio nella sua discrezione, ancora più efficace.
È particolarmente bella e infinitamente triste una scena in cui, parlando al padre che va a trovarla in ospedale, per lasciarla come ha sempre fatto dopo pochi minuti di parole gentili, esprima meravigliosamente l’incredibile fame d’affetto che caratterizza certe persone e come in virtù di questa diventino in grado di ottimizzare le briciole che gli arrivano, autoingannandosi sulle gigantesche assenze e mancanze delle uniche persone al mondo che per loro rappresentano qualcosa, indipendentemente dal fatto che le amino o meno.

Pazza Gioia regia di P Virz+ 3

Ciò che appare meno efficace, forse, è la citazione fin troppo chiara di Thelma e Louise, che per quanto citazione aperta, risulta troppo poco naturale e non proprio fluida con il contesto narrativo, inserita in modo un po’ maldestro, che non era indispensabile e non apporta granché al valore dell’opera.

Presentato a Cannes alla Quinzaine des Realizateurs, La pazza gioia è ora nelle sale cinematografiche italiane (da martedì 17 maggio 2016) e seppur, come detto, non privo di difetti, è fatto in gran parte di materia prima genuina e onesta, di quella verità da cui non fa mai male farsi investire, che vale certamente la pena vedere.