BROTHERS OF MINE – Rodrigo Vazquez – Bolivia, 2014.

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I fratelli del titolo di questo documentario sono Jorge e Alex, due ragazzi cresciuti insieme, che il regista ha conosciuto nel 2005 e iniziato a riprendere le loro vite quando avevano rispettivamente otto e cinque anni, e per dare il loro necessario contributo al sostentamento di famiglie in condizioni poverissime, già lavoravano quotidianamente alla ricerca di stagno e zinco, nelle miniere di Llallagua, in Bolivia.
Queste ultime derivano da un enorme deposito minerario, del quale il domino spagnolo ha goduto per secoli, sfruttando il lavoro schiavizzante e pericolosissimo degli indigeni, per la maggior parte di origine indiana, che sono morti a migliaia, se non a causa delle esplosioni di dinamite o di incidenti sul lavoro in contesti in cui erano costretti a strisciare all’interno di cunicoli pieni di polvere per raggiungere i livelli più bassi, senza alcun dispositivo di protezione, a causa della silicosi, che in anni di esposizione alle polveri, spessissimo colpiva i polmoni provati di questi individui; come è accaduto al padre di Alex, morto di silicosi quando lui aveva pochissimi anni di età, evento che lo ha costretto a seguirne le orme, rischiando fortemente la stessa sorte, per poter sfamare i suoi cari, insieme alla madre rimasta sola.

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Ci catapulta in una realtà ben lontana dalla nostra quindi, Rodrigo Vasquez, nella quale è normale vedere bambini di 5-6anni alzarsi alle tre del mattino per andare a lavorare in miniera o trasportare sacchi pesantissimi contenenti metalli.
Una realtà nella quale, sin da piccolissimi, si è praticamente condannati a una vita di sforzi, di miserie e di indigenza, senza alcuna via di sbocco.
All’età di circa 16 anni uno dei due ragazzi, Jeorge, che vive in condizioni economiche meno disperate rispetto all’amico, in seguito a una visita medica in cui gli viene intimato di lasciare il lavoro immediatamente dato l’alto rischio di silicosi, riesce ad affrancarsi dalle sorti che la vita pareva avergli riservato, e si arruola nella polizia, separandosi così da Alex, che invece, non solo non smette di lavorare in miniera nonostante i pericoli per la sua salute e per quanto siano insistenti i reiterati tentativi dell’amico di convincerlo, ma un certo punto il destino sembra accanirsi contro di lui, e seguendo la legge non scritta secondo la quale piove sempre sul bagnato, viene accusato di omicidio e paga le spese di un sistema giudiziario lento e ingiusto, che non ha nessun interesse a salvaguardare il benessere e la libertà di disperati e dimenticati dal mondo come lui.

Così, in un paese dove è stato stimato che su 8000 minatori, il 10% ha meno di 18 anni di età, non vi è alcun interesse o volontà politica che si occupi del problema, che lo riconosca tale e che cerchi di trovare una qualsiasi soluzione.

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Le vite dei due ragazzi, che restano legate da un profondo legame, si dividono quindi tristemente anche dal punto di vista legale, e mentre uno dei due rappresenta l’ordine e la legalità, l’altro si ritrova a sopravvivere dall’altra parte della barricata, entrando e uscendo dal carcere, vittima in balia del potere e aggrappato insieme alla famiglia e all’amico stesso, che dalla sua posizione prova in tutti i modi ad aiutarlo, alla forte quanto esigua speranza che prima o poi vi sia il riconoscimento di evidenze che ne determinino la liberazione; prove mai ricercate con troppa convinzione dalle istituzioni, che forse non emergeranno mai.

Rodrigo Vazquez ha dedicato la sua carriera prevalentemente a lavori di impegno sociale.
Classe 1969, argentino, dopo aver studiato cinema e aver ottenuto due lauree in regia e in produzione nel suo paese, si è trasferito in Gran Bretagna, dove ha studiato alla National Film & Tv School Documentary Direction Département, dalla quale è uscito con due corti che hanno ricevuto numerosi premi, per poi iniziare nel 1998 a lavorare in televisione per la BBC, e più tardi per AL Jazzera.
Ha proseguito lo sviluppo del suo lavoro come produttore, direttore e cameraman, lavorando in zone di guerra che lo hanno portato dall’America Centrale al Medio Oriente, ottenendo ancora diversi riconoscimenti.
Approda finalmente al cinema con il documentario “Condor: Axis of Evil”, presentato e premiato nel 2003 al Festival di Cannes e uscito nelle sale in Francia e in Inghilterra.

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Brothers of mine è la rielaborazione di un documentario titolato Child miners del 2009, prodotto dalla Bethnam, casa di produzione da lui fondata nel 2005, e vincitore del Gran Premio nel Festival dei Diritti Umani di Montreal, lavoro in cui Vazquez iniziava a seguire le vite dei due ragazzi, che ha poi continuato a seguire regolarmente negli anni fino a ottenere materiale sufficiente da sviluppare e ottenere questo come prodotto finale.

Questo lavoro rappresenta la valida e toccante testimonianza delle tristi condizioni di vita dei minatori boliviani e delle loro famiglie. Probabilmente un po’ grossolano nella fattura e non eccessivamente curato, ma certamente efficace.
Vale la pena riservargli una visione.- 

EL BOTON DE NACAR – Patricio Guzman – Cile, 2015.

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Come nell’altrettanto potente Nostalgia de la luz, Patricio Guzman dimostra la straordinaria capacità di fondere in una commistione perfettamente omogenea e fluente, immagini indescrivibili, voce e musica, regalandoci un altro preziosissimo documentario di rara poesia.

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Ancora una volta, il talentuoso regista cileno dilata e contrae magistralmente spazio e tempo ai fini del racconto, e ribadisce l’imprescindibilità di un mondo senza soluzione di continuità tra suoi elementi, che vede presente, passato e futuro congiungersi in un unica dimensione nella quale gli eventi si ripetono, con l’amara constatazione che il loro ricorrere non è sufficiente a far sì che si impari dagli errori commessi.

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Un mondo in cui tutto è assolutamente fluido, in cui ogni fattore comunica e dà dei segnali, in cui tutti gli elementi dialogano tra loro, sussurrano, cantano.
Così, “l’acqua viene dalle stelle”, e come per gli indigeni della Patagonia, è un’idea, un concetto inseparabile dalla vita, vi si instaura un rapporto simbiotico e pervasivo, di appartenenza e reciprocità, che solo chi è cresciuto vicino al mare può comprendere a fondo, come Guzman spiega molto bene, che si perde se ce ne si allontana troppo o per troppo tempo.
Un acqua governata da leggi accomunabili a quelle del pensiero, cosicché l’attività di pensare, può essere assimilata all’oceano.

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Ed è proprio l’acqua, dotata di vera e propria voce, che parla attraverso il rumore della pioggia, attraverso il canto di un fiume, prodotto dalle decine di suoni che si sovrappongono e si armonizzano componendo un’unica melodia, ad accompagnarci e immergerci nel doloroso ripercorrere la storia di un paese, il Cile, ancora tormentato dai suoi spettri, che ha vissuto periodi tra i più bui e indegni dell’esistenza umana, che ha visto due volte nel tempo, parte dei suoi abitanti subire inconcepibili violenze e soprusi da parte di un potere imposto che ha mortificato, sopraffatto, oppresso e distrutto la loro individualità sino ad annientarla.

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Quell’acqua che non mantiene i segreti ingiusti, che riporta alla superficie i corpi abusati, stuprati, o le testimonianze inequivocabili della loro esistenza; corpi che ci accusano tutti quanti con gli occhi aperti, corpi ormai privi di vita, utili solo a ricordarci di che pasta siamo fatti, esseri umani, perché come nelle credenze degli indigeni, i loro spiriti, ora, hanno trovato pace nelle stelle.
Corpi che se ci fosse stato anche soltanto un barlume di umanità, di minimo rispetto, sarebbero dovuti essere quantomeno restituiti e non dal mare, dopo essere stati privati della vita, come se non fossero bastate le torture che gli sono state inflitte, perché potessero essere pianti, perché mantenessero la dignità di cui sono stati defraudati, perché potessero continuare a vivere nell’amore e nel cordoglio dei loro cari.

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Incredibilmente efficace la sovrapposizione di più piani temporali, che trova le tristi analogie tra le vessazioni e le violenze subite dagli indigeni della Patagonia all’arrivo dei coloni, e quelle compiute sui prigionieri politici torturati, massacrati e uccisi durante la dittatura di Pinochet.

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Il messaggio, che arriva diretto e potente, è che nonostante vi sia stata, vi sia ancora e vi sarà sempre, data la natura dell’essere umano, la possibilità di agire nel silenzio, nei modi più biechi e orribili, nella più totale insensibilità e nel non rispetto della vita, la vita non subisce passivamente, non soccombe, non cessa di esistere e basta, ma semplicemente prende un’altra forma e in qualche modo si ribella, e rigurgita tutta la melma, lo schifo, il dolore e l’ingiustizia che le è stata perpetrata, riportandoli alla luce con una forza commovente.
E commovente è la forza d’animo con cui Patricio Guzman, comunica tutto il suo sdegno, la pena, la sofferenza con i quali vive la storia del suo paese, come si fa baluardo dell’esigenza imprescindibile di non cedere all’oblio, di far sì che tutto questo non venga mai dimenticato.
Si sente tutto, il dolore, arriva dritto e profondo, trasmesso potentemente da ogni immagine, da ogni nota di una colonna sonora bellissima, dalla sua voce pacata ma determinata, dagli occhi infossati delle persone intervistate.

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E ancora, ad aggiungersi all’insieme di fattori che vanno a costruire una struttura di tale solidità e vigore, Guzman conferisce e riconosce all’arte il suo potere più grande, quello di fungere da mezzo di espressione, di rafforzare, amplificare e trasmettere ciò che è più intenso e difficile da comunicare, inserendo sapientemente e alternandoli alle immagini, nel suo già nobilissimo racconto, elementi artistici come la poesia e l’arte figurata, incarnati in un poeta e in una pittrice connazionali che lo accompagnano nel percorso costituendone un valore aggiunto.

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Un uomo che è riuscito a mettere a servizio del cinema , per la gioia dei nostri occhi che hanno la fortuna di godere di tanta grazia, quanto di più coinvolgente, impressionante, meraviglioso e allo stesso tempo doloroso e ingiusto, possa esistere nel contraddittorio mondo dell’essere umano, rapportandolo al ciò che è accaduto nel proprio paese.

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Il film ha ricevuto un meritatissimo Orso d’Argento alla Berlinale 2015, per la migliore sceneggiatura.

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Il valore di questo grande regista è stato recentemente riconosciuto anche dalla distribuzione italiana, così Guzman sarà in sala nello stesso mese, a partire dal 28 Aprile, con ben due film.
Questo, che uscirà con il titolo Memoria dell’acqua, come spesso accade, molto meno suggestivo ed efficace rispetto all’originale El boton de nacar; e Nostalgia della luce, altro documentario del 2010, anch’esso di enorme impatto visivo ed emotivo, che ripercorre la storia del Cile attraverso le meraviglie del Deserto di Atacama e dell’astronomia.
Le due opere costituiscono i primi due capitoli di una trilogia di cui attendiamo con ansia il terzo e ultimo dono.

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Quindi, il talento cileno si impone sul panorama cinematografico degli ultimi anni rappresentandone una componente fondamentale.
Autori come Pablo Larrain e Patricio Guzman, entrambi enormemente legati, nelle loro opere, alla storia del paese in cui sono nati, e tra l’altro uniti tra loro anche da un rapporto di amicizia, hanno offerto recentemente un contributo di valore inestimabile al cinema più prezioso, intenso e vero, dando il raro esempio di un lavoro di profondo slancio emotivo, che parte dalla pancia e che fa ricorso a tutta la sua energia, sfondando qualsiasi difesa e arrivando diretto e pieno al cuore di chi ne viene felicemente investito

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TRUMAN – Cesc Gay – Spagna, Argentina, 2015.

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Convivere con la morte. Avvicinarlesi sempre di più e renderla parte di sé insieme a tutto il resto, renderla parte della propria quotidianità, poterla comunicare, senza per questo negare la paura e il dolore che la accompagnano, e nello stesso tempo non facendosene pervadere e soccombergli.
Ma soprattutto, l’enorme differenza, la fa poterlo fare insieme, insieme a qualcuno che ami, di cui ti fidi, con cui puoi essere te stesso senza dover aggiungere al fatto che sai di dover morire, il peso di occuparti dell’effetto che fa agli altri, qualunque esso sia.
Forse l’unica cosa che lo rende possibile.

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Affidandosi a una squadra superaffiatata, composta da due attori, Ricardo Darin e Javier Damara, che ancora una volta dimostrano in questa occasione un grande talento, e dal meraviglioso cagnone che li accompagna per tutto il percorso, Cesc Gay compie un’operazione di rara delicatezza che unisce in un felice connubio profondità e compostezza, scegliendo un soggetto di grande impatto emotivo senza essere mai melodrammatico, banale o scadere in facili sentimentalismi, e riuscendo comunque a comunicare l’intensità e la drammaticità che lo contraddistinguono, in tutta la sua forza.
Gay tratta la morte conferendole il giusto peso, senza drammatizzarla, mantenendo comunque fermo lo sguardo sulla sua ineluttabilità. E riesce a farlo ponendo la relazione come fulcro intorno al quale ruotano tutti gli aspetti che caratterizzano una condizione così ostica; in questo caso la relazione tra due uomini, amici di lunga data, che si ritrovano a rivelarsi, condividere e gestire insieme, l’imminente dipartita di uno dei due.

“La sola cosa importante nella vita… sono i rapporti.
L’amore.
La famiglia, tu e io… Truman e io.”

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E sviscera l’aspetto spinoso della condivisione di una certezza tanto pesante, dimostrando come questa sia possibile nonostante il dolore e la sofferenza che le conseguono, che per quanto possano essere intensi e paralizzanti, non essere soli rende tutto meno doloroso e più agevole, quantomeno tollerabile.
E allora se ne può parlare, la si può guardare in faccia, se c’ è qualcuno che ti tiene la mano, anche se con difficoltà, se non è la cosa più facile del mondo, se comporta fatica, ma si può.

“Perché non sanno cosa dirmi. Sentono odore di morte e non sanno cosa fare. È normale. Preferiscono evitarmi”

Esemplare la scena dell’incontro con un collega, in cui Julian(Darin) lo costringe a farsi carico della sua parte di imbarazzo.

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La condivisione diventa l’alcova che consente di mantenere la forza e la dignità di sentirsi uomo fino alla fine, di poter affrontare il proprio figlio e dargli un ultimo abbraccio anche senza riuscire a parlargli, la rinuncia a delle cure diventate inutili, la perdita di qualsiasi speranza, addirittura la propria bara, e infine la perdita dell’amico più grande, quello che ha ha riempito ogni solitudine per anni, che è diventato un fratello più vicino di qualsiasi essere umano, Truman.

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È bellissima la relazione tra questi due uomini, della quale percepiamo nettamente tutto il calore e l’intensità, nei piccoli gesti, negli sguardi, nella franchezza e nella sincerità figlie di anni di conoscenza e affetto reciproco, nel rispetto delle enormi diversità tra loro.
I personaggi sono molto ben scritti e altrettanto ben caratterizzati entrambi, ognuno di essi si distingue per aspetti peculiari della personalità, difetti, punti deboli, contraddizioni, che insieme convergono in un terreno comune nel quale si crea un legame così efficace e potente.
Tutti aspetti che emergono naturalmente e sono perfettamente evidenti nel loro spontaneo e incredibilmente autentico muoversi nella scena.

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Di uno vediamo la schiettezza, la necessità di essere assolutamente sé stesso, di occupare spazio, di affermare bisogni, capricci, sfizi, quanto istanze più profonde, contando sulla certezza che verranno accolti, come il diritto di scegliere come e quando morire, di non occuparsi del dolore degli altri, di distribuire molto bene le forze per affrontare il proprio. E con essa la meravigliosa capacità/urgenza di esprimere tutto quello che prova senza riserve.
“ Torno subito”
“Dove vai?”
“A piengere, un momento…”

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Tutti aspetti che trovano un contraltare peraltro perfettamente in reciprocità, con un uomo più timido, misurato, a volte apparentemente poco empatico, ma estremamente generoso, tanto incapace di manifestare i propri stati d’animo, quanto l’amico ha l’urgenza di farlo, costruendo così un equilibrio indispensabile.

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Ricardo Darin è di un espressività straordinaria, vi sono alcune scene in cui esprime un milione di cose soltanto guardando l’amico mentre lui non se ne accorge.

Indovinata anche la colonna sonora, in totale sintonia con il resto dell’opera, riscalda da sola le immagini e riempie alcuni silenzi senza che sia necessario alcun ulteriore apporto.

Meritatissimo quindi il successo ottenuto dal film di Gay, prima a Toronto e poi in Spagna, dove è stato premiato con numerosi premi Goya.

Si spera che in Italia abbia il riconoscimento che merita.

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VELOCE COME IL VENTO – Matteo Rovere – Italia, 2016

VELOCE COME IL VENTO – Matteo Rovere – Italia, 2016.

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L’ultimo film di Matteo Rovere si presenta in linea con un periodo decisamente felice per il cinema italiano, che nell’ultimo anno ha sfornato prodotti encomiabili e di grande valore come Bella e Perduta, Non essere cattivo o Lo chiamavano Jeeg Robot, tra l’altro tutti lavori estremamente diversi l’uno dall’altro, il che lascia ancora di più la sensazione che non si tratti di meteore isolate, ma che il cinema di questo paese stia davvero portando alla luce diversi esempi di evidente virtù.
Nonostante i pregi di Veloce come il vento non raggiungano i livelli di talento mostrati nei precedenti film citati, Matteo Rovere, che ha dichiarato di essersi ispirato, rielaborandola in chiave drammatica, alla filmografia italiana d’azione degli anni ’70, si inserisce a pieno titolo nella scia già avviata dai suoi colleghi, contribuendo indiscutibilmente ad apportare valore e consistenza al prestigio e alla qualità che stanno caratterizzando ultimamente il cinema nostrano.

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Nel film sono facilmente riconoscibili diversi limiti, o quantomeno degli aspetti grossolani, quali qualche eccesso melodrammatico, il fatto che in varie occasioni sia oltremodo prevedibile, che la struttura narrativa non sia tra le più originali, non è certo il primo allenamento modello Rocky che vediamo, o un finale, del quale personalmente, avrei evitato del tutto alcune scene.
Ma tutto questo non impedisce al lavoro di Rovere, di illuminare la scena con una genuinità e con un’energia emotiva fuori dal comune.
Valori profondi e dinamiche relazionali vengono gestiti e rappresentati in modo credibile ed estremamente efficace, trovando un equilibrio tra picchi di passione e vissuti più sommessi e radicati, arrivando così allo spettatore con notevole intensità e altrettanta delicatezza.

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Complice, indubbiamente l’ottima interpretazione di uno Stefano Accorsi in inopinabile stato di grazia, che offre in questa occasione una notevolissima prova, incarnando in tutta la sua spontaneità, la figura disperata di un tossicodipendente di lunga data che tenta di redimersi, cogliendone molto bene gli aspetti tipici, ma contemporaneamente facendoli propri, senza che risultino nella loro tipicità, impersonali, caricaturali o scontati.
Il risultato è un personaggio molto potente che esprime al meglio una volontà tutta affettiva, tutta dettata dalla pancia, che si scontra continuamente con la povertà di strumenti necessari per sostenerla, votandosi così, nove volte su dieci al fallimento, per quanto forte e sincera possa essere.
Hanno una forza straordinaria, certe sue espressioni, dalle quali emerge immediatamente il suo essere disarmato di fronte a qualsiasi forma di aggressività, le sue reazioni infantili che denotano propriamente l’anima di un bambino ancora piccolissimo, un’anima grande ma imprigionata nel corpo sfatto di un adulto disastrato, l’incapacità di gestire sé stesso, una relazione di qualsiasi genere, una qualunque responsabilità, ma nello stesso tempo il coraggio di spenderlo tutto, a costo della vita, affidandosi all’unica cosa che gli è rimasta, l’unica ancora vitale, che pulsa sempre, l’unica che lo fa stare in piedi nonostante tutto, il proprio cuore.

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Al di là del personaggio di Stefano Accorsi, peraltro catalizzante gran parte dell’attenzione, tutte le dinamiche intorno alle quali si svolge il racconto, il dolore e la sofferenza di una famiglia sconquassata per anni, quello di tutti, ognuno nel periodo di vita in cui ne viene colpito, la necessità di mantenere quello che è rimasto, la rabbia, la paura di non farcela, la tristezza e la rassegnazione già radicate in un bimbo che non conosce il sorriso, sono elementi fondamentali per la costruzione e la resa di un prodotto consistente e coinvolgente, la cui visione risulta assolutamente soddisfacente.

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Apprezzabili inoltre, alcuni espedienti visivi, come la prospettiva notturna sulla città durante la corsa finale o la soggettiva dei piloti vista sui tablet.

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Buoni anche l’esordio di Matilda De Angelis, che nel complesso, indovina il suo primo ruolo, già da protagonista, e l’interpretazione sentita di Paolo Graziosi, nel ruolo di Antonio Dentini, il meccanico che ha raccontato la storia vera che ha ispirato il film.

 

LOVE & MERCY – Bill Pohlad – USA, 2014.

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Senza aver mai conosciuto a fondo la musica dei Beach Boys, senza avere idea di quale fosse la loro storia, né aver mai letto i loro testi nello specifico, ho sempre avvertito sprigionarsi dalle loro canzoni, una vitalità contagiosa che non si esauriva nell’allegria messa da alcuni pezzi più conosciuti, ma era unita a una sensazione di urgenza di esserci, di esprimere qualcosa di intenso, su qualsiasi tonalità umorale fosse improntata la canzone, la sentivo impaziente, come se fosse imprescindibile, se fosse quella l’unica possibilità di far esistere quello che veniva fuori e ascoltavo.
Era qualcosa che faceva entrare nell’immediato quella musica in comunione con me, mi faceva venir voglia di cantare, di muovermi se non conoscevo la canzone, o semplicemente di soffermarmi, darle lo spazio che chiedeva e godermela.
Ho sempre pensato ci fosse una grande forza nei loro lavori.
È ciò che ricordo di più di loro, quella sensazione indefinita e difficilmente descrivibile.
Sono canzoni vive, se ne avvertono i colori, tanti colori, non sempre luminosi ma sempre vivi.

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Tutto ciò viene rappresentato magnificamente la seconda opera di Bill Pohlad, Love & Mercy, che, uscita nel 2014, purtroppo, solo tardivamente, la scorsa settimana, ha raggiunto le sale italiane.
Affidandosi alla sceneggiatura di Oren Moverman, (autore, poco tempo dopo, di Time Out of mind), e a seguito di una carriera prevalentemente da produttore, con all’attivo film di grande spessore e successo, come 12 anni schiavo, Tree of Life, Into de WIld, Bill Pohlad racconta e ripercorre le diverse fasi di vita di un riuscitissimo Brian Wilson, leader e cofondatore di una delle band simbolo della musica pop del 1900, e scegliendo di dare alla sua figura un carattere dualistico, sia per la doppia interpretazione che per quanto riguarda il conflitto con sé stesso, non fa altro che confermare e avvalorare le mie sensazioni aspecifiche di allora.
L’urgenza che avvertivo, trasmessa in modo estremamente efficace da ogni elemento del film, era l’esigenza di dare consistenza a un’interiorità tormentata, di esternarla, comunicarla, da parte di uno spirito in perenne lotta con un’immagine di sé totalmente regolata e nello stesso tempo continuamente contestata, respinta, rinnegata reiteratamente dall’egocentrismo di un padre infimo, che pur di non rinunciare a lui, pur di non vivere il lutto della presa di coscienza della sua cattiveria e perderlo come genitore e punto di riferimento, preferiva mettere in discussione sé stesso, limitare la sua essenza, condizionare la sua creatività, continuando a far vivere quel padre in forma di voci e percezioni di ogni genere, e, per quanto geniale e talentoso, venendo sovrastato dalla sua violenza per tutta la vita, conservandola come parte di sé nella sua mente.
Tanto da consentire a un altro essere ignobile, complice il padre sempre più inqualificabile, con la stessa violenza, di appropriarsi della sua vita, della sua casa, del suo tempo, delle sue relazioni, della sua arte, arrivando quasi a ucciderlo.
E allora, quel bisogno estremo ha generato, come spesso accade, un unico linguaggio attraverso il quale venir fuori ed esserci, geniale quanto più disconosciuto, martoriato e invidiato, fortunatamente resistente alla maggior parte dei tentativi esterni di metterlo a tacere.
Ma sempre in lotta.
In lotta fondamentalmente tra la necessità della libertà di essere sé stesso e il bisogno primario di sentirsi amato da chi lo ha sempre rinnegato ma che tiene in pugno il suo senso di sé.

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Ed è tenero quanto triste come, ignorato da una madre debole, vessato da un padre soverchiante, questo ragazzo cercasse di mantenere almeno l’unione con i fratelli, gli altri componenti della band, unico barlume di affettività familiare, più o meno sana, rimasta.
È bravissimo Paul Dano, con la mimica che lo contraddistingue e nella sua grande espressività, a comunicare quella necessità di aggrapparsi almeno a loro, l’optare, davanti al rifiuto delle sue proposte, pur sapendo perfettamente di rappresentare la mente e l’anima della band, per non discutere troppo, non imporre sempre il proprio talento, perché il rischio che avrebbe comportato perdere anche loro, probabilmente sarebbe stato troppo difficile da tollerare.
Queste dinamiche, molto ben orchestrate nella scena, fanno emergere ed evidenziano in maniera chiara tutta la fragilità di Brian, i suoi punti deboli, la vulnerabilità della quale poi approfitteranno tutti quanti.

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Una lotta la sua, ben riconoscibile nel contrasto tra l’utilizzo continuo di sostanze stupefacenti che fungono da amplificatore di un’anima che da sola non riesce a sovrastare la ruspa genitoriale, pena la sua distorsione(ciò non esclude che il tutto sia agevolato dal fatto che il cantante abbia vissuto in un periodo in cui era praticamente impossibile essere artisti e non assumere droghe), e la psicosi che incarna la parte di lui che mantiene vivi il bisogno e la speranza di un riconoscimento paterno per tutta la vita, che lo vede aspettare una sua chiamata dopo il successo di un suo disco nonostante il suo disprezzo, o lo vede ancora bimbo spaurito in attesa, dopo anni e anni di ingiuste e schifose manipolazioni.
Il risultato è l’interruzione del senso di continuità di un sé che si disgrega e si perde, anche se fortunatamente, mai del tutto.

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Ottimo il cast scelto da Pohlad, in particolare indovinatissime entrambe le versioni di Brian Wilson, quella giovanile, interpretata magistralmente da un grande Paul Dano, e quella più maura, incarnata in un, non da meno, John Cusack, nonostante la sua prova sia stata perlopiù considerata inferiore rispetto a quella del giovane collega, dalla maggior parte della critica, enorme invece nel ruolo dello psicotico, incredibilmente credibile e autentico nella totale e disarmata incapacità di mentire o di tollerare le piccole frustrazioni.
Molto bravi anche Elisabeth Banks e Paul Giamatti, rispettivamente nel ruolo della donna che diventerà la sua salvezza e dello psichiatra disturbato e infido che lo ha in carico.

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Bill Pohlad confeziona una biografia sensibile e coinvolgente, che ha il merito di riuscire a fondere in modo equilibrato e fluido le diverse componenti della tormentata personalità del leader dei Beach Boys, rendendogli il giusto omaggio, inserendo la sua musica senza approfittarne facendone un facile o scontato utilizzo, e alternandola e combinandola efficacemente con il suo perfezionismo, la sua necessità di mettere sé stesso nella sua arte, ma anche con le distorsioni e le deformazioni del suo essere provocate dalle droghe, con le manifestazioni della sua psicosi e con la capacità di innamorarsi ancora nonostante tutto.
Altro merito, è quello dettato dalla necessità di dar spazio alla creatività di Brian, consentendo al regista di soffermarsi a lungo sui processi di costruzione minuziosa dei suoi brani, che conferisce maggiore interesse artistico.
Tutto attraverso un sapiente utilizzo degli strumenti a sua disposizione, cast ottimamente diretto, montaggio, fotografia, tutti elementi sinergici nel dare il proprio singolo contributo all’opera e renderla nell’insieme un lavoro decisamente valido.

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L’unico possibile neo che stride un po’ con l’autenticità che si respira, è il ragionevole dubbio che la relazione sentimentale e il suo ruolo fondamentale nell’evoluzione della vita di Brian, data la sua rappresentazione forse un po’ troppo perfetta, sia stata in qualche modo romanzata ai fini della miglior riuscita dell’opera e dell’ottenere strumentalmente determinate emozioni dallo spettatore.
Ma ciò non toglie niente ai tanti pregi del film che rimane un lavoro fluido e godibilissimo, e per fortuna, è soltanto un dubbio.

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