ANTICHRIST – Lars Von Trier – Danimarca, 2009

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Di qualche settimana fa, la notizia riportata dalla rivista The Guardian, secondo la quale, a nove anni dalla sua uscita e dalla presentazione al Festival di Cannes, la Corte francese ha decretato che una delle opere più controverse e dibattute del regista danese Lars Von Trier, Antichrist, verrà bandita dal paese, vietandone la proiezione e la vendita, a causa dei suoi contenuti eccessivamente violenti e sessualmente espliciti.
La sentenza è conseguita a una richiesta del gruppo ipercattolico Promouvoir, che per gli stessi motivi ha intrapreso una lotta determinata contro un’altra opera dello stesso regista, Nymphomaniac, e contro il connazionale La vie d’Adele, con il proposito di ottenere lo stesso risultato.

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Già in occasione della sua uscita nel 2009, Antichrist era stato un evento molto discusso, un po’ come la maggior parte dei lavori del cineasta danese, che come pochi altri autori, determina nel pubblico e nella critica una così netta divisione tra amanti e detrattori, suscitando nella maggior parte dei casi reazioni abbastanza estreme, siano esse apprezzamenti o critiche, e raramente, forse mai, indifferenza.
Certamente questo, non è un film che può suscitare indifferenza o lasciare impassibili.
Le colpe che i detrattori attribuiscono al regista, spesso in maniera piuttosto severa, fino a venire espresse, in molti casi, con giudizi sprezzanti, sono sempre state le stesse, sia prima, sia dopo Antichrist(che il regista ha dichiarato considerare il più importante film della sua carriera) ma probabilmente, quest’ultimo , più di tutte le altre sue opere, le raccoglie tutte.
L’essere disturbante a priori, pornografico, forzatamente e inutilmente provocatorio, ruffiano, manipolatore, bieco, vuoto, fine a se stesso.
Personalmente, credo che ridurre a mere provocazioni, a manovre calcolate derivanti dalla sola precisa intenzione di sconvolgere lo spettatore, sminuendo, o spesso ignorando totalmente quanto ci sia di profondamente intimo, passionale e sofferto, negli elementi che tanto disturbano dei film di Lars Von Trier, sia una scelta di valutazione veramente ingenerosa, oltre che approssimativa e poco accorta.

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È sufficiente avere uno sguardo d’insieme sull’intera opera del regista, perché risulti evidente che, al di là delle sue scelte estreme, egli compia, in ognuna delle sue opere, un’indagine complessa , utilizzando canali sempre diversi , attraverso i quali descrivere l’essenza delle angosce più recondite e penose che possano albergare in un essere umano. E quanto più è profondo quel dolore, tanto più è disturbante e ostico quello che mette in scena per rappresentarlo.
Ciò che è prezioso in quest’autore, è il fatto che abbia la capacità di mettere in tavola le contraddizioni e i tormenti più intimi e incondivisibili che possano risiedere in misura maggiore o minore in ognuno di noi, quelli che difficilmente si riesce anche solo a riconoscere e ancor meno a comunicare.
E probabilmente è capace di farlo perché sono i suoi.

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Ed è sempre spiazzante come sia in grado di esporsi tanto da ammetterli e mostrarli al mondo, e di farlo in maniera incredibilmente realistica e diretta, per quanto brutale e cruda, come a dire allo spettatore: “Ecco, questo è l’essere umano, questo sei tu, facci i conti.”
Non è importante la forma che dà a quel dolore, in Antichrist appunto, è la psicosi derivata da un lutto, in Melancolia la depressione, In Dogville, la vendetta, in Nymphomaniac lo trasforma in aberrazione sessuale; ogni volta assume delle sembianze e una prospettiva diversi, ma dietro quella forma è sempre tangibile e coerente lo stesso nucleo profondo, una solitudine, un’afflizione, una perdita di speranza, che per quanto ciniche e buie, sono vive, pulsanti, e hanno bisogno di voce, di essere comunicate e condivise.
Oltre ad averlo più volte dichiarato lui stesso, è abbastanza palese come ci sia un’esposizione molto personale da parte del regista nei suoi lavori.

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In particolare, proprio Antichrist, pare sia stato scritto e girato nel periodo concomitante e immediatamente successivo una grave crisi depressiva vissuta da Lars Von Trier, il quale, non ha mai costituito un segreto, è sempre stato una persona profondamente sofferente e tormentata.
Purtroppo per lui e a beneficio delle sue opere, questo, verosimilmente, è proprio l’elemento che gli consente di comunicare il dolore in modo così efficace e diretto, e anche lo stesso, che i detrattori, forse faticando a concepire e percepire autentico un livello di esposizione così alto, confondono con furbizia, manipolazione e provocazione fine a se stessa.
Una provocazione che è insita in Von Trier, questo è indiscusso, ma plausibilmente necessaria, forse unica tutela per reggere una messa a nudo senza filtri, senza schermo, senza difesa di una vulnerabilità che viene privata di quella protezione che nella maggior parte dei casi è naturale, ma che la sofferenza profonda e costante rende impossibile, perché superata dal bisogno di esprimersi.
Prerogativa condivisibile o meno, ma della quale si dovrebbe quantomeno riconoscere il coraggio.
È anche vero che per riconoscerne il coraggio occorrerebbe crederci.

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Antichrist è un’opera effettivamente molto disturbante, che si fa fatica a vivere fino alla fine senza interromperne la visione, soprattutto per quanto riguarda l’ultima mezz’ora.
Un lavoro nel quale vi è una rappresentazione cruda e spietata di quanto possa essere intollerabile il dolore di una perdita, in questo caso la perdita di un figlio, di come un sistema affettivo e mentale già vulnerabile, possa faticare a contenerlo, sino a trasformarlo in patologia, in psicosi; una follia, che si manifesta nei modi più orribili e violenti, tanto quanto è potente e gigantesco il dolore da cui ha avuto origine.
Il tutto inserito in una cornice surreale, allegorica e macabra, che lo rende se possibile ancora più tragico e ipnotico.

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Uno degli elementi più onesti e autentici del film, se vogliamo particolarmente conturbante, e raramente rappresentato in maniera così esplicita e spregiudicata altrove, è la vera e propria incarnazione di una tensione emotiva massima, intensissima, fatta di dolore, di come questa possa per disperazione cercare sollievo nel corpo, nel sesso; proprio quando l’angoscia è talmente grande da non essere contenuta, da riempire un contenitore umano fino a soffocarlo, sino traboccare, cerca un’altra via attraverso la quale trovare sfogo, per poter sfiatare, come una corrente elettrica che necessita di essere scaricata, e il sesso diventa quel canale, il corpo diventa uno strumento mediante il quale estendere, accogliere e dar modo di dissipare qualcosa che mente e anima non tollerano.
Un sesso che diviene spasmodico, bramato, necessario, violento quanto lo è la pena che veicola.
Una modalità di vivere il dolore enormemente intima, di difficilissima esternazione.
L’espressione di qualcosa di talmente grande, pervasivo, di qualcosa che impregna così tanto da saturare qualsiasi spazio disponibile, e che in questo caso, forse perché negata, forse perché troppo intensa, alla fine diventa orrore, e trova nella follia, l’unica espressione di sé.

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E così quei corpi, percepiti come causa della perdita, come concretizzazione della propria colpa, come dimostrazione e rivelazione della propria natura malvagia (MALE insito nella natura umana, sempre riconosciuto e ostentato da Von Trier), devono essere puniti, martoriati, devono soffrire.
E non sarà mai abbastanza per colmare quel vuoto, per calmare quell’angoscia.
Non basta l’amore inequivocabilmente esistente tra i due protagonisti di questa tragedia, non basta, prevale quell’onda inarrestabile di infinito e distruttivo dolore.
Straordinarie le interpretazioni degli unici due personaggi , Willem Dafoe e Charlotte Gaingsbourg, in particolare quella di lei, vero e proprio pennello ideale nelle mani del regista, al quale si dona totalmente prestandogli un corpo e un’anima nei quali identificarsi, e riuscendo a esprimere alla perfezione ogni sfumatura del suo male.

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