ANOMALISA – Charlie Kauffman, Duke Johnson – USA, 2015.

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Capita che tu viva una vita che lasci scorrere senza accedere mai a te stesso, senza connetterti con come ti senti, con quello che provi, e non lo fai perché è troppo costoso, perché se ti chiedessi cosa senti, potresti trovare qualcosa che non è piacevole, potrebbe essere scomodo, potrebbe fare entrare in crisi e mettere in discussione il senso di te che ti sei costruito, l’immagine che hai di te, o potrebbe farti entrare in collisione con gli altri, con le loro aspettative, e gli altri ti servono per alimentare quell’immagine.

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E se non puoi attingere a te, l’unico modo che hai per definirti, è passare da fuori, e allora gli altri non sono altro che specchi, perdono la loro alterità e diventano strumenti per rimandarti l’immagine di un te che non è in grado di avere coscienza di sé e delle proprie istanze. Diventano strumenti a tuo uso e consumo, e per te non hanno un volto, né un’anima, o una voce propria, non hanno niente che ti incuriosisce, che ti stimola, che ti accende, perché sono diventati tutti surrogati di te, di un ego che paradossalmente è tanto ipertrofico da aver bisogno di qualsiasi sponda possa usare come specchio per esistere, ma che non è in grado di riconoscere sé stesso, né tantomeno di metterlo in gioco.
Non hai interesse al sentire dell’altro, perché non è “altro”, non è altro da te, non ti importa minimamente cosa prova, se lo ferisci, se lo fai soffrire, non accedi alla tua di anima, figuriamoci se sei in grado di essere sensibile a quella degli altri, di metterti degli scrupoli.

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Il massimo che riesci a percepire è un bisogno indefinito, un’insoddisfazione perenne, che ti fa ricercare calore da chiunque abbia avuto la sfortuna di interessarsi a te, o ancor peggio di volerti bene, qualcuno nei confronti del quale non hai alcun reale coinvolgimento o trasporto, che ti serve solo per sedare quell’insofferenza, che diventa un parafulmine del tuo enormemente egoistico bisogno di sentirti, ma quel bisogno è un pozzo senza fondo, e così usi il chiunque di turno sino a prosciugarlo e poi vai alla ricerca della prossima inconsapevole e malcapitata fonte di calore.
Tu non hai contatto con te stesso e l’altro è uno specchio, e tutto diventa un indistinto vuoto alienante.
E in una vita così, sei solo. Infinitamente solo.

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L’unica speranza che hai è che quella scorza che hai messo tra te e il mondo, che lo ha modellato sulla tua indefinitezza, venga scalfita e penetrata da qualcosa che accede alla tua essenza e perturbi quell’anima che non respira mai.
E l’unica cosa che può farlo è l’incontro con un’altra anima, con un’anima “anomala”, esposta, viva, che non si protegge, che si dona a te per quello che è.
E non è un caso che a essere in grado di trovare uno spiraglio, un pertugio attraverso il quale arrivare a te, sia quella più spontanea, che cammina nel mondo senza essere schiava dell’apparenza, dei cliché stantii e delle dinamiche vuote che ormai hanno inchiodato la maggior parte delle persone, un’anima ingenua, che si muove senza maschere, senza strategie, senza trucco. Un’anima libera.
Tutto quello che non sei tu.

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E nel momento in cui quell’unicità tocca le tue corde, le fa vibrare, nel momento in cui, fosse anche per un’ora o per una notte, accede a te, allora la senti la SUA voce, e ti sembra la cosa più bella che abbia mai sentito, ossigeno, perché non è la tua, non è il tuo specchio, non è fatta dell’alienazione di te. È una voce altra.
Una voce che ti consente finalmente di sentire la tua di unicità, la tua essenza, di sentirla davvero, non di portarla in giro per inerzia e per essere specchiata.
Perché è solo nell’incontro tra due individui unici, nell’affettività, nel CON, in quello che passa in mezzo quando si incontrano, che si può costruire un senso di sé compiuto e autonomo.Un incontro che squarcia quella solitudine cui ti condanni ogni giorno.

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Ma se non fai lo sforzo di esporti anche tu, di rischiare che la tua di anima, possa soffrire, possa non essere riconosciuta, accolta, possa uscire da quell’immagine così comoda che ti sei confezionato, quella benvoluta, quella che ha successo, ha i soldi, quella con cui nessuno si scontra, se non corri il rischio di mettere in gioco la tua diversità anche se qualche volta potrà cozzare con le altre, con quella di chi ami, anche se potrà incorrere in rifiuti, litigi, fatiche, dolori, allora anche quella voce così bella che ti scaldava così tanto, diventerà l’ennesimo specchio, tornerà ad avere il timbro della tua, verrà inglobata nel vortice del tuo non essere. vlcsnap-2016-03-05-12h26m38s985

E tu tornerai ad essere impigliato nella ragnatela dell’inerzia, dell’apatia, di nuovo,ancora e sempre irrimediabilmente solo.

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Questo dice Anomalisa.

Kauffman unisce in maniera intelligente ed equilibrata l’espediente della metafora e il mezzo dell’animazione per esprimerla, coadiuvato da Duke Johnson per quanto riguarda quest’ultima, ottenendo il risultato di comunicare abbastanza efficacemente il peso dell’alienazione e dell’anaffettività che conseguono alla sempre maggiore e comoda perdita di individualità che affligge il nostro tempo.

È notevole come il valore dell’irripetibilità e l’importanza della diversità siano espressi oltre che dalla trama e della bella metafora che uniforma voci e volti, anche da piccoli particolari, quali l’utilizzo di corpi imperfetti e segnati dall’età o la scelta di far compiere a personaggi animati, gesti comuni solitamente coperti dalla messa in scena e dalla narrazione, come il miscelare l’acqua della doccia o l’appannarsi dello specchio, che conferiscono al prodotto naturalezza e veridicità, apparendo tutto meno che stereotipati.
Nonostante vi siano degli aspetti che non sono sufficientemente sviluppati e che sono eccessivamente sbrigativi, soprattutto nel finale del film, il che rende non del tutto accessibili alcuni concetti che Kauffman cerca di esprimere che non sempre risultano essere chiari, è lodevole, che egli abbia dato forma, in modo piuttosto singolare, trovando un linguaggio ulteriore per comunicarlo, a qualcosa che è già stato espresso in tanti modi e che non è così semplice proporre in modo innovativo.

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Ed è proprio per questo che si ravvisa una sorta di rammarico nel prendere coscienza che probabilmente qualche accortezza in più e una maggiore cura di certe dinamiche, avrebbero reso Anomalisa, un lavoro ancora più valido ed encomiabile.

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