STEVE JOBS – Danny Boyle – USA, 2015.

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Enormemente favorito dalla lunga e serrata sceneggiatura abilmente scritta da Aaron Sorkin, già sceneggiatore di The Social Network nel 2010, Danny Boyle dirige un’opera dirompente e vitale, narrante le contraddizioni di un uomo geniale che per dichiarazione stessa del regista “non è il suo eroe ma era un uomo che aveva una grande storia da raccontare”.
Una struttura efficace dallo stile teatrale, caratterizzata da dialoghi fittissimi e sempre incisivi, immette lo spettatore in un mondo che si muove velocemente, che evolve gradualmente insieme ai personaggi che lo abitano; un’evoluzione che si palesa, a partire dai tre tempi nei quali è ripartita la narrazione, corrispondenti a tre momenti cruciali della vita di Steve Jobs, precisamente nei minuti immediatamente precedenti il lancio di tre prodotti da lui creati, e che si produce nella variazione di un ritmo che ne segna il passo e che inizia incalzante in una prima parte che scorre senza respiro, per poi rallentare progressivamente, dando il tempo di assimilare e metabolizzare la drammaticità della storia, interiorizzandone la potenza.

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In ognuno dei tre segmenti temporali in cui si svolge il racconto, 1984, 1994 e 1998, Steve Jobs porta avanti le sue elaborazioni mentali sempre più sofisticate, e contemporaneamente mette alla prova le sue relazioni, alzando sempre maggiormente la posta.
Vi è un costante parallelismo tra la sua crescita come scienziato e imprenditore, e il progredire sempre più difficoltoso della sua vita relazionale.
Sembra che lo svolgersi della vita di quest’uomo, sia stato perlopiù, un pretesto perfetto per mettere in luce quello che è il vero nucleo del film, in realtà molto più profondo.
Il noto protagonista, magistralmente interpretato da un Michael Fassbender in grande forma, è un personaggio scritto in maniera ineccepibile, che racconta sì, la storia di una celebre personalità simbolica come quella di Steve Jobs, ma che appare abilmente sfruttato per delineare quella che potrebbe essere la soggettività di chiunque altro abbia sviluppato un’affettività simile; così, si può osservare come l’ascesa e lo spessore di un’azienda, l’avviarsi di un’era, ormai di un modo di vivere, siano utilizzati come espedienti validi per descrivere in maniera estremamente efficace un modo dolorosamente difficoltoso di stare al mondo, di amare e di relazionarsi con sé stessi e con il gli altri, o meglio, di non esserne in grado.

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Qualcuno ha definito eccessivamente espliciti, banalmente dichiarati, facili, gli aspetti psicologici di quest’opera, che al contrario, per quanto mi riguarda e per l’accuratezza con la quale sono espressi, ne rappresentano la maggior virtù.
Sorkin e Boyle raccontano un personaggio emblematico, riuscendo a utilizzare tutti gli elementi a loro disposizione, il cast d’eccezione, i dialoghi, i flashback, il movimento del tempo, per esaltare e rendere palese in tutta la sua forza, il suo dolore, la sua incapacità di relazionarsi, la sua inaccessibilità a un mondo reciproco troppo pericoloso per crederci; perché se non solo una, ma addirittura due madri ti hanno rifiutato e abbandonato, allora non puoi proprio credere a quella reciprocità, è più forte di te, di qualsiasi bisogno umano, di qualsiasi entità di affetto incondizionato ti venga dispensata.
E allora la tua compagnia più vicina, la tua base sicura, l’unica su cui fai totale affidamento, diventa la tua mente, che si sviluppa talmente tanto da andare oltre quella di tutti gli altri, da diventare geniale, ma proprio perché ti porta lì davanti, ti lascia sempre e comunque da solo.

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E riesce a elaborare tutte quelle cose enormi, soltanto perché figlia e sorella di un’anima talmente bisognosa, che ha un buco affettivo talmente grande, che prova a riempirsi con l’unica cosa che è certa di avere a disposizione, sé stessa.
Ma che è con quel bisogno, con quei colori intensi, urgenti, che illumina e dà forma a una mente così grande, perché tutto lo slancio vitale, tutto l’amore di cui è portatrice, ma che non può, non è in grado di rivolgere verso i propri simili, lo riversa nelle sue idee.
E non importa che chi attraversa la sua strada riesca a percepirla quella grandezza, riesca comunque a intercettare quell’anima, né che avverta il suo bisogno di protezione, la fame di affetto; che si tratti del tuo migliore amico, di una fedele compagna di vita, di una figura paterna che ti vuole bene, o addirittura di tua figlia, o forse ancora di più, di lei; non importa che ti elargiscano tutto l’affetto possibile, senza riserve, che passino sopra ogni tuo rifiuto, ogni tua negazione di quella reciprocità.
Non conta perché tu non lo puoi sentire quell’affetto, non ti puoi permettere di crederci, è troppo pericoloso. E’ più facile negarlo, a costo di far soffrire chiunque, di allontanarlo da te; è più facile negare di tenerci, negare che sia importante, ma soprattutto negare che ne hai bisogno come tutti gli altri.
Perché tu non sei come tutti gli altri. Tu sei “fatto male”.
“ Perché non me lo hai mai detto in tutti questi anni?”
“Onestamente non lo so”
“Perché hai detto di non essere mio padre?”
“Perché sono fatto male”.

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E allora diventi cinico, cattivo, apparentemente insensibile e ingiusto, diventi capace di negare l’amore a tua figlia, di tenerla lontana, ti comporti male fino a farti cacciare, diventi un kamikaze capace di andare attivamente incontro ai fallimenti e di auto-boicottarsi continuamente, fino a farti lasciare da chi ti ama e sente i tuoi rifiuti come coltelli.
Ed è allora che ti confermi la coerenza del tuo essere, quello che sei sempre stato. Uno per cui non ce n’è e non ce ne sarà.
Grandiosi gli attori, Seth Rogen, la magnifica Kate Winslet, Jaff Daniels e la giovane Perla Haney Jardine, a rappresentare le varie forme di affettività che esprimono alla perfezione queste dinamiche.

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Ma soprattutto, gigantesco Michael Fassbender e chi gli ha scritto su misura questo meraviglioso personaggio, caratterizzato psicologicamente in maniera impeccabile.
In questo film vediamo la genialità di un uomo che con tutti i suoi difetti, o forse proprio grazie a quelli, è andato avanti e ha portato con sé il mondo, contribuendo a cambiare radicalmente il modo di comunicare, e a produrre una vera e propria rivoluzione dello stile di vita delle persone, del loro modo di interagire, di guardare, di ascoltare.

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L’inaccessibilità alla relazione che Steve Jobs viveva nella sua vita personale, ha contribuito a produrre paradossalmente un’ accessibilità totale, un annullamento delle distanze, un mondo iperconnesso, che probabilmente comporta numerosi rischi e distorsioni, che indubbiamente ha poi portato a dei risvolti commerciali più che biasimabili, ma che altrettanto innegabilmente ha aggiunto alla dotazione di gran parte delle persone di tutto il mondo, un’enorme quantità di stimoli e di possibilità di scambio.
E sempre paradossalmente, tutto questo è stato l’esito della sua testardaggine nel voler creare un sistema chiuso e protetto.
“Io SONO e VOGLIO un sistema chiuso, completamente incompatibile con altro.”
“I computer non devono subire l’imperfezione umana. Non ne costruirò uno sulla base di una delle tue.”
Seth Rogen aveva perfettamente ragione, ma è stata proprio quell’imperfezione così umana a renderlo geniale.

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