CREED – Ryan Coogler – USA, 2015.

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Decisamente riuscita la prova del giovane regista Ryan Coogler, che a soli 29 anni, dà seguito a un già più che apprezzabile esordio (Prossima fermata, Fruitvale Station, 2013), compiendo l’impresa non facile di riportare sullo schermo uno dei più grandi miti del cinema americano degli ultimi decenni.
Arduo tentativo e certamente non privo di rischi, il suo, dopo almeno due episodi oggettivamente deludenti della famosa saga, e contemporaneamente dovendo lavorare sulla scia di un mito difficilmente avvicinabile.
Tra i tanti che gli si possono riconoscere, uno dei maggiori, forse il più grande pregio del film, sta nell’abilità del regista di essere stato in grado di ridimensionare gli aspetti macchiettistici della figura del più famoso pugile di Philadelphia, che erano diventati eccessivi e poco credibili, con il risultato di scolorire almeno in parte lo smalto di un personaggio diventato icona; e lo fa mettendo in discussione ciò che ha sempre apparentemente rappresentato il suo punto di forza, sia come interprete, che come eroe, anche negli altri ruoli interpretati dallo stesso attore: il suo corpo.
Coogler lo fa ammalare, decadere, ne segue con affetto e delicatezza il deterioramento, con il risultato di non fare altro che restituire, esaltandone il valore, ciò che è più intenso, profondo e incrollabile di Rocky, ciò che è rimasto nel cuore di milioni di spettatori di tutte le età, per anni. La sua anima.

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Ne smonta piano piano l’involucro, con ironia e grazia, senza demolirlo, illuminandone ulteriormente il prezioso contenuto, ancora vivo e vegeto.
L’autore deve essere stato davvero un grande fan di questo mito, è evidente quanto gli abbia voluto bene, dai più piccoli particolari agli aspetti più rilevanti, tra cui l’essere riuscito perfettamente a utilizzare tutti i costrutti distintivi e ricorrenti della saga, dedicandogli la misura di spazio necessaria a dare tempo e modo allo spettatore di evocarne la memoria affettiva, senza che risultino mai forzati o ridondanti.
Come le due o tre note di pianoforte appena accennate che suggeriscono discretamente il celebre motivo di Bill Conti, e sono più che sufficienti a far emozionare chi le ha sentite per la prima volta quasi quarant’anni fa, magari da bambino, e riascoltate chissà quante volte rivedendo uno degli episodi quando per caso lo ridavano in tv; o le varie riprese dei luoghi più evocativi, l’ingresso della palestra, la famosa scalinata, poche inquadrature, non di più; i rimandi ai personaggi scomparsi, o al finale del primissimo incontro; tutti elementi abbastanza intensi da mettere nostalgia e indurre un sorriso, ma mai pletorici o superflui.

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E in un’atmosfera così carica di una complicità, prodotto di anni, tra racconto e spettatore, trovano spazio le doti registiche di Coogler, che perviene comunque a demarcarsi dal modello dal quale è partito, distinguendosi per le sue capacità di comunicare attraverso immagini, scelta delle luci e dei colori, o per alcuni virtuosismi tecnici, trovando momenti di valore anche nei nuovi contributi, propri; si pensi per esempio, all’ingresso verso il ring in cui Rocky tiene una mano sulla spalla e segue, standogli dietro, il suo giovane erede.
Valore aggiunto indiscutibile, il visibile miglioramento delle capacità interpretative di Sylvester Stallone, che risulta sempre convincente, oltre che nei suoi aspetti più ovvi e noti, anche nei momenti drammatici, basti pensare alla conversazione con la dottoressa o a quella successiva con il protagonista, figlio del suo grande amico Apollo, entrambe molto efficaci e particolarmente toccanti.

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Meno incisive forse, le interpretazioni dei due ragazzi, Michael B. Jordan, scelto da Coogler come protagonista anche per il suo pario film, e Tessa Thompson, non perché siano insufficienti, ma forse solo perché pagano il prezzo di stare accanto a una figura troppo più grande.
Ed è quasi commovente per chi lo ha conosciuto e ci si è affezionato fin dall’inizio, vederlo dopo quasi 40 anni, vestito esattamente nello stesso modo, con lo stesso cappello, aver mantenuto le medesime movenze, vedere quelle spalle ondeggiare mentre cammina o vederlo lanciare la pallina al suolo.
È palese come Stallone, allora come ora, come del resto, più volte dichiarato, si sia sempre identificato in questo personaggio malinconico che viene dal niente e dal cuore enorme, dono prezioso dal quale attinge per diventare grande, sul quale fa totale affidamento per superare qualsiasi ostacolo, contro le peggiori aspettative.
Ed è ciò che alimenta ogni suo slancio, che gli consente di trovare il coraggio di esserci anche quando ha una paura infinita, di tirar fuori un’energia di cui non era minimamente consapevole, la forza di fronteggiare qualsiasi difficoltà pur di raggiungere il proprio obiettivo, quella di non mollare mai.

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Uno spirito che ha toccato le corde di tanti, perché chiunque può e trova sollievo, speranza, forza, nel riconoscere la possibilità che se ci credi davvero e se ci credi tanto, puoi superare qualsiasi scoglio, che niente è impossibile, che puoi diventare molto più grande di quello che sei, di quello che senti di essere, perché la tua grandezza sta prima di tutto nella tua forza d’animo.
Tutti concetti che possono anche apparire banali, elementari, ma che sono diventati simbolo, icona e mito, perché sarà anche poco originale e melodrammatico, ma a chiunque di noi a seconda del momento e delle condizioni in cui si trova, capita di far fatica ad attingere a quella linfa di cui tutti siamo provvisti, di non essere sicuri che ci sia davvero, o che se anche c’è, abbia un valore; e allora una figura come Rocky, un messaggio come quello che trasmette, anche incarnandosi in un nuovo erede, rinnovandosi in una nuova forma, è sempre utile, e qualunque apporto o stimolo a quella presa di consapevolezza, non è mai abbastanza.

 

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