LA MEZZA STAGIONE – Danilo Caputo – Italia, 2015.

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Un susseguirsi di vicende quasi del tutto sconnesse tra loro aventi come unico denominatore comune il contesto nel quale sono ambientate, un piccolo paese indefinito del sud Italia, costituiscono lo scheletro narrativo dell’opera di esordio alla regia di Danilo Caputo.
Sia il paese, sia i suoi abitanti sono avvolti da un’atmosfera pesante, che comunica indolenza, apatia, rassegnazione, un vivere senza grandi speranze, senza curiosità, senza prospettive che anche quando presenti, sono totalmente prive di qualsiasi entusiasmo o della forza d’animo necessaria per realizzarle.
Tanto che anche gli eventi straordinari o il sopraggiungere di novità di qualsiasi tipo, siano esse buone o cattive, un licenziamento, una proposta di lavoro, il ritrovamento di un neonato in un cassonetto, la voce di un padre deceduto che parla, l’arrivo di un pacco postale che infrange l’unico progetto su cui si era investito, scorrono lenti e pigri come i movimenti dei personaggi, senza che vi sia alcuna differenza tra essi e l’altrettanto insignificante e apatica quotidianità, senza una reazione emotiva che gli succeda, senza un seguito, senza che esista un qualsiasi slancio o energia che dia una direzione all’accadere dei fatti, delle circostanze, all’agire degli individui che le vivono.
Sembra che tutto si muova senza grande senso, per inerzia, perché deve, quasi come se la vita cadesse addosso e si dovesse solo constatarla.

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Probabilmente è esattamente quello che il film vuole comunicare, il torpore, la passività, la pigrizia del vivere in un mondo senza stimoli o motivazioni per cambiare o cambiarlo.
In questo senso il film di Caputo potrebbe dare l’impressione di cadere vittima di ciò che vorrebbe essere, e cioè la sensazione che si ha vedendolo è che quella stessa apatia che appartiene ai suoi personaggi e alla sua storia, quella stessa svogliatezza, quella stessa fiacchezza, in qualche modo contagino anche gli intenti e il prodotto ottenuto, che l’opera sia talmente priva di slancio da perdersi in sé stessa, senza essere in grado di indurre un coinvolgimento nello spettatore, di incuriosirlo, di far sì che empatizzi con i personaggi o si identifichi in una qualsiasi delle situazioni rappresentate; non che questo debba essere obbligatorio, ci mancherebbe, ma il fatto che non vi siano elementi che attraggono lo sguardo o che inducano una particolare attenzione, in questo caso, crea una distanza eccessiva tre lo spettatore e l’opera stessa.
Tutto appare abbozzato, messo in tavola senza troppa cura. Ed è appunto difficile distinguere se si tratti di un’incuria reale o dell’incuria e la negligenza del vivere che il film vuole denunciare.

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Nonostante vi siano degli elementi surreali che creano un alone di mistero e possono indurre una certa curiosità, anche questi vengono prevaricati dall’abulia e dall’atmosfera satura di indifferenza che permea tutto il resto.
A voler provare a lasciarsi trasportare dall’insieme di input che lo scorrere della pellicola fornisce, si potrebbe riconoscere un filo conduttore che vede nel suono il suo rappresentante, presente e avente un ruolo determinante in ognuno dei frangenti descritti; un suono che in un modo o nell’altro è sempre portatore di qualcosa di disturbante, concretizzandosi alternativamente in un karaoke fastidioso che impedisce il sonno, nell’allucinazione uditiva che angoscia una donna in lutto, nelle false speranze di un futuro da musicista poco convinto, nella voce fuori campo di un uomo di provenienza sconosciuta(forse il padre deceduto?) che sentenzia in tono di rimprovero e decreta prognosi infauste.

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Forse a voler rimarcare un senso di inutilità che pervade l’esistenza e che rende qualsiasi individuo in balia del suo vivere, del suo accadere; e il fatto che sia un suono a comunicarlo e a sottolinearlo, a darne voce, ne appesantisce la negatività, conferendo un’inquietudine di sottofondo che probabilmente è l’elemento più efficace del film.

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