I RACCONTI DELL’ORSO – Samuele Sestieri e Olmo Amato – Italia, 2015.

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E’ una luce intensa a illuminare la malinconia che pervade il prezioso prodotto del viaggio attraverso i paesi nordici intrapreso dai due giovanissimi esordienti, amici e registi, Samuele Sestieri e Olmo Amato.
Una fiaba incantevole che dando ampio respiro alla visione dello spettatore, sia in termini visivi che interpretativi, lo immerge in un mondo magico, costituito da una natura meravigliosa che ospita la storia di anime pure, tenere, incontaminate come l’ambiente in cui si incontrano.
È una luce fatta non solo di raggi, come quelli brillanti che rendono luminosissima l’immagine di apertura che ci introduce in questo breve lungometraggio, ma anche del rosso carmino, unico costituente visivo di uno dei suoi personaggi principali, del calore trasmesso dalle magnifiche immagini e dell’innocenza e genuinità disarmanti delle anime che racconta, dei loro desideri, delle loro preghiere, delle loro speranze.
Una di quelle luci che illuminano anche al buio, anche di notte, che ci accompagnano durante tutta la visione e che ci tengono caldi anche dopo.
I due autori, traendo il massimo guadagno da risorse limitatissime sia dal punto di vista economico che propriamente fisico, hanno, praticamente da soli, scritto, prodotto, diretto e interpretato il film, dando origine a una piccola perla incredibilmente preziosa in quello che è l’attuale panorama del cinema italiano.
Una creazione audace e coraggiosa che va oltre i canoni cui lo spettatore più frequentemente è avvezzo e osa scardinare i riferimenti tipici della narrazione e della comunicazione che in qualche modo fungono da cuscini rassicuranti, ma possono imbrigliare il fluire contemporaneo e sintonico dei fotogrammi e della mente di chi li guarda.

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Così, la trasmissione degli stati d’animo, la comunicazione di vissuti profondi come la solitudine o di tonalità emotive come la paura, la dolcezza, l’innocenza, lo smarrimento, che permeano l’intera opera e sono percepibili in maniera chiara e significativa, sono affidate a elementi astratti come il suono, gli spazi, i colori.
I paesaggi ampi e sconfinati esprimono il vuoto e la desolazione sia interiore che fisica, meglio di qualsiasi dialogo.
Il graffiare del vento, il respiro affannato di una corsa disperata, il brusio ambiguo di una preghiera collettiva, un canto infinitamente triste e dolce allo stesso tempo, divengono racconto e sono espressione compiuta di ciò che accade, ma anche di una percezione del mondo e della realtà.
Ed è incredibile come la costruzione delle inquadrature riesca nell’impresa di rendere espressivo un volto imprigionato nelle fattezze fisse e inanimate di una maschera, una sagoma del tutto indefinita e senza altri caratteri distintivi che non un colore o un orsacchiotto di pezza.
Vi è una scena straordinariamente suggestiva, nella quale i personaggi sono tutti attorno a un fuoco, forse la più bella di tutto il film, in cui si avvertono distintamente lo stato d’animo, gli intenti, i desideri e la complicità di chi la interpreta, senza che nessuno pronunci una parola.

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Esplicitata dagli autori, la scelta di scrivere la sceneggiatura e creare la trama soltanto in seguito alle riprese, in fase di montaggio, forse è proprio uno degli elementi che ha dato alle immagini la libertà di scorrere e acquisire una propria autonomia, una propria essenza indipendente dal racconto, apparendo così incredibilmente nitide e sprigionando i colori vividi che le caratterizzano e riempiono gli occhi.

Sono due gli elementi che Samuele Sestieri e Olmo Amato utilizzano abilmente per rappresentare un mondo desolato in cui l’uomo si è perso, un luogo in cui non c’è più posto per la vita umana, che abbandonati i suoi valori essenziali, probabilmente si è estinta, collassando sulle sue stesse mancanze,
Un mondo in cerca di una speranza, di respiro, di vita, di qualcosa che lo salvi da sé stesso e dal vuoto che lo sovrasta.
Due doppi elementi.
Il primo fornisce una duplice alcova all’espressione di valori perduti che convivono con la speranza di mantenere ciò che ancora è rimasto di buono e di recuperare ciò che si è perso, un substrato i cui due elementi costituenti si rafforzano reciprocamente.
E quale base migliore del connubio rappresentato dalla mente libera e pura di una bambina, libera dalle difese e dalle sovrastrutture che confinano e di cui sono vittime gli adulti, che si estende e si libera ulteriormente nella sua dimensione onirica?
Il secondo e fondamentale elemento è dato invece da una splendida coppia di creature indefinite che incarnano i due personaggi principali dell’opera, due figure, che nonostante abbiano sembianze umane non lo sono, un omino rosso e un monaco dal viso robotico.
L’indefinitezza che li caratterizza, manifestantesi nell’essere asessuati, nel non possedere uno sguardo, una mimica, un’età, rappresenta la loro maggior virtù, rendendoli estremamente evocativi e consentendo ampi spazi interpretativi.

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Così, è nel sogno di una bimba che riassaporiamo il valore dell’incontro, incontro inteso come comunione di anime, come condivisione di intenti, vissuti e azioni; un incontro che ci viene descritto senza alcuna didascalia nelle sue più essenziali sfaccettature, che proprio perché albergato nella mente di un infante, ci è consentito di vivere nei suoi vissuti più istintivi, che sono insiti in ognuno di noi ma che sono liberi di esprimersi nell’innocenza di un bimbo.
E quindi la curiosità, la voglia di scoprirsi, di avvicinarsi, di interagire, il bisogno di stabilire un contatto, ma anche la paura, la diffidenza, o l’empatia e la tristezza per le ferite di un altro.
Tutte emozioni pure che prendono forma in ogni movimento di queste due bellissime figure, nella loro danza e nel loro interloquire.
Un aspetto bellissimo del film è dato dal fatto che anche i dialoghi, nonostante siano pochissimi, esprimono fortemente la sua essenza, infatti i due protagonisti parlano due lingue sconosciute che diventano un unico linguaggio che si ha la sensazione divenga comprensibile a loro e allo spettatore, nel momento in cui si incontrano e nella misura in cui condividono qualcosa. Prima di allora distinguiamo solo un richiamo preoccupato o un respiro spaventato; come se il capirsi fosse dato dall’universale volersi e non voler stare da soli.

irdo5E allora i due si stringono gradualmente intorno a quello che diventa il fulcro della loro condivisione, ciò che gli permette di coprire le distanze, di giocare insieme, di arrivare a volersi bene: la cura.
Ed è la cura ciò che li unisce finalmente, che rende possibile il loro incontro, che letteralmente dà loro modo di tenersi per mano, mettere insieme le forze per fare del bene a qualcuno, chiunque sia, fosse anche un orsacchiotto di pezza, per occuparsi delle sue ferite, per cercare di salvarlo, perché salvare lui, significa salvare sé stessi.
Una cura che è istintiva, che è prerogativa di tutti gli esseri viventi, che impariamo fin da piccolissimi ed esprimiamo nel meraviglioso gioco del far finta, mimando le attitudini materne e occupandoci di bambole e peluches sin da quando siamo bambini.
Infatti, è quando danno l’addio al piccolo simbolo del loro incontro che i due amici si separano.
E canta da solo il piccolo uomo rosso, quella canzone triste che prova a riempire e a scaldare quel vuoto così grande. Perché da solo gli spazi vuoti sembrano ancora più ampi e ancora più vuoti e il graffiare del vento rende tutto più ostile.
Ma se c’è la volontà, se si è creata una reciprocità, la strada per l’incontro si trova, basta volerlo in due.
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L’incontro quindi, come unica soluzione alla solitudine, al vuoto di un’umanità che si è spenta e di cui rimangono solo tenui focolai sempre più deboli, rappresentati metaforicamente da un cimitero di spaventapasseri che ancora pregano, o da effigi che ne raffigurano le sembianze, non a caso mimanti situazioni affettive e di condivisione.
Pregano ancora ma sono persi, i loro desideri hanno perso slancio, sono diventati futili e opachi, le loro richieste sono diventate un brusio incomprensibile, poichè costituito da tante voci sole, che vengono soverchiate e coperte da una preghiera molto più grande e più intensa, che pur essendo espressa da due sole voci, è così potente soltanto perché condivisa.

Davvero meritevole quindi, uesto piccolo afflato di ossigeno, dal quale ognuno di noi può trarre il proprio sogno, talmente vero che quasi sembra di respirarlo, di percepirlo riempire polmoni e anima regalandoci tanta speranza.

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