THE WISPERING STAR – Sion Sono – Giappone – 2015.

twsUn rubinetto che perde nel silenzio. Lento, ininterrotto, una goccia stanca cade e attende la successiva, scandisce il trascorrere di giorni identici nel contesto apparentemente inanimato e sterile di una casa che vola attraverso il cosmo. Inizia così, il viaggio che Sion Sono ci fa intraprendere lungo l’universo ipotetico di un futuro non troppoimprobabile; un mondo divenuto più tranquillo dopo che la gran parte del genere umano è riuscita ad autodistruggersi e quella rimasta è diventata una specie a rischio di estinzione. Sul riecheggiare forte dell’eco del disastro nucleare che ha colpito Fukushima e altre città del suo Paese, a testimoniare quanto il futuro rappresentato possa non essere così lontano, il regista giapponese posa il suo e il nostro sguardo su ciò di cui l’essere umano è stato, è, e può essere capace. Quello che ci mette davanti è un universo che siamo riusciti a esplorare, conoscere e abitare, ma nel quale siamo rimasti pochi e soli, incredibilmente soli, in cui l’80% della popolazione è ormai costituita da macchine. E sono proprio due macchine le uniche forme di vita(non è una svista linguistica definirle tali) ad abitare la nave spaziale adibita al trasporto e alla consegna di pacchi; pacchi che gli esseri umani rimasti, ancora si inviano l’un l’altro attraverso distanze enormi, dove le dimensioni di tempo e spazio che li separano sono ormai gigantesche ma viene mantenuta la possibilità di continuare a percepire quella distanza, quasi fosse essenziale per dare valore a ciò che rimane delle relazioni e dei legami tra le persone. Se lo chiede Yoko Suzuki, l’androide femminile che li consegna e che ci accompagna in questo viaggio triste, mentre attraversa lo spazio e progressivamente si incuriosisce su questa specie, come mai, avendo a disposizione il teletrasporto, l’essere umano scelga ancora di desiderare e attendere oggetti separati dalla distanza.
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Chissà perché lo fanno, si domanda, e da sola conclude che il progresso, l’avvento di tecnologie sempre più evolute, abbiano apportato all’uomo comodità e facilitazioni pratiche sempre maggiori, che peraltro sono cresciute in maniera proporzionale alla perdita di interesse e di motivazione a esplorare, della curiosità verso altro da sé, un impoverimento progressivo che ha comportato un ingravescente cambiamento di percezione del tempo e dello spazio e un conseguente regresso emotivo. E allora forse il continuare a mandarsi reciprocamente dei pacchi attraverso distanze siderali può essere una reazione a questo dominio della tecnologia sull’emotività, probabilmente un rispondere alla necessità di “far battere ancora il cuore dall’emozione”. Così si risponde alla fine della sua riflessione. Ed è proprio la distanza ad assicurare il battito, l’assenza, la mancanza. E quindi il bisogno. Così Sion Sono, attraverso le elucubrazioni del suo androide curioso e riflessivo, ci comunica l’idea di un uomo animato da bisogni e desideri, dalla necessità di colmare i vuoti creati dall’assenza, proteso verso ciò che non ha. Che per quanto impoverito, solo, lontano da se stesso, per quanto abbia sprecato gran parte del suo enorme potenziale, rimane capace di spingersi nella direzione dei suoi bisogni, e può farlo soltanto nel momento in cui può percepirli, quei bisogni. Ecco perché è necessaria la distanza. È un carburante che alimenta il senso di mancanza, che alimenta l’urgenza di coprirla, e mantiene viva la spinta a raggiungersi reciprocamente, a non sentire più il dolore indotto dall’assenza. Ed è esattamente quello a emozionare, la ricerca di reciprocità, il bisogno di questa, animato dalla distanza stessa. Un sistema chiuso che si autoalimenta. E assicura forse la sopravvivenza. Perché per quanto lontani, soli non possiamo sopravvivere. Uno dei tanti segnali che nel film lasciano intravedere, nonostante tutto, una speranza per questo genere umano così stolto, incurante e autodistruttivo.

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Una delle caratteristiche fondamentali di quest’opera, infatti, che a mio parere la rende particolarmente efficace, è proprio il contrasto tra due dimensioni descritte meravigliosamente in modo talmente incisivo ed evocativo da darcene quasi una percezione reale, tra la rappresentazione di una infinita solitudine, sottolineata e messa in risalto da un’altrettanta sconfinata desolazione , e la continua presenza di elementi che testimoniano comunque la presenza di calore, che danno l’idea che per l’uomo ci sia ancora la possibilità di non finire nel nulla, di non sprofondare nell’oblio, come dei focolai che in fin dei conti non sono così facili da spegnere, che sono rimasti lí, anche sotto le macerie, come vulcani silenti, che ci sono sempre stati, che al di là di tutto sono prerogativa dell’uomo e tali restano, potenziali che espressi potrebbero forse salvarlo da se stesso. Tale contrasto ha una resa perfetta grazie alla cura di ogni particolare e alla capacità del regista di stimolare in modo diretto la sensorialitá dello spettatore, attraverso un impatto visivo potentissimo, esaltato dal bianco e nero e da meravigliose riprese esterne dei vari pianeti sui quali la nave fa tappa per le consegne, e mediante uno splendido utilizzo del suono, che da solo é una componente fondamentale del film. É un suono che riscalda quello di quest’opera, di cui si sente il bisogno, per potersi sentire meno soli, facendo strisciare un ramo sul suolo, o conservando per chilometri sotto una scarpa una lattina che “suona bene”.
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Così, all’interno della nave vi è un silenzio freddo, opprimente e claustrofobico, una monotonia snervante, cadenzata dalla voce ripetitiva e senza inflessioni di una macchina, dimensione nella quale irrompono i rumori di una casa, non è un caso se anche fisicamente l’astronave sia una casa vera e propria, rumori familiari che danno una sensazione di presenza di vita, il rumore del the che cade all’interno di un barattolo(ci pare quasi di poterne sentire il profumo), di una lavatrice in funzione, di una teiera che fischia, degli sportelli di un pensile o di un armadio che si aprono e si chiudono. E sopratutto due macchine, un androide e un computer, che lungi dall’essere inanimati, addirittura sono in grado di relazionarsi, a volte addirittura in maniera empatica, tra loro. Entrambi sono dotati di un’emotività, sono in grado di provare sensazioni fisiche, e addirittura esprimono sensazioni complesse. Vediamo un androide progressivamente sempre più umano, vediamo la sua pelle, le sue unghie curate, le sue sembianze femminili, le sue movenze in grado di attrarre un uomo, lo vediamo sentire prurito, annusare, starnutire, gustare una bevanda, scegliere i vestiti, arrabbiarsi, provare curiosità, noia, e alla fine, tristezza. E vediamo un computer che sente il solletico, che sorride, che é capace di deridere, ma anche di scusarsi e esprimere gratitudine, di provare sensazioni di piacere; reagisce alla vita, si concentra sugli insetti bloccati in una lampada, lo rassicurano, entra addirittura in ansia, che esprime con reazioni di intensità diversa, attraverso la luce, il bisogno di contare, fino a potersi ammalare. Tutti aspetti molto più umani che meccanici. E interagiscono tra loro in tutto questo, creano una relazione.

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Un relazionarsi che sembrano essere gli unici rimasti in grado di mantenere e portare avanti. Mentre all’esterno sono meravigliosi alberi soli, sono spazi ampissimi coperti di vegetazione incolta attraversati a piedi per lunghe distanze, barche abbandonate su terre aride, strade completamente vuote contornate di insegne ormai spente, seggiole e manichini esanimi e inutili , a esprimere la desolazione e l’abbandono di un mondo in rovina. Un mondo in cui, così come i rumori irrompono riscaldando la nave all’interno, la nave stessa, si inserisce e si adatta perfettamente ai luoghi che la ospitano seppur per breve tempo, quasi gli avesse sempre appartenuto. Una casa vissuta e trascurata che diviene appena atterrata, perfettamente in sintonia con l’ambiente che la circonda. E vi sono i pochi esseri umani rimasti. Che se non sono già totalmente soli e talmente bisognosi di compagnia da entusiasmarsi per l’incontro di una tartaruga o sperare in una risposta nel rivolgersi a un cane finto dall’espressione tristissima, anche quando non sono soli fisicamente sono diventati totalmente incapaci di comunicare e di relazionarsi tra loro, non riescono più nemmeno a guardarsi. Magnifica e incredibilmente potente la visuale sulla spiaggia di cinque o sei persone che stanno lì immobili, insieme alle pietre, troppo simili ad esse, senza interagire, senza esprimersi, senza dare segni di vita, abbandonati a se stessi. E la breve passeggiata di Yoko insieme a una coppia di mezza età, probabilmente compagni di vita, la cui donna le chiede di camminare con loro per un piccolo tratto, durante la quale non si guardano mai, non parlano mai, ma la ringraziano. Sembrano aver perso proprio gli strumenti, come giocattoli rotti, aver dimenticato come si fa a comunicare tra loro, e come appunto un vecchio giocattolo a molla cui viene ridata la carica, si rianimano nel solo tentativo di provare a interagire in qualche modo con la donna corriere, Yoko, portatrice di ricordi lontani di vecchi legami, così possiamo tornare a respirare e godere di un uomo che corteggia, di una richiesta di compagnia per passeggiare, del regalo di una macchina fotografica. Agiti che paiono passare una staffetta, come se l’uomo, consapevole di non essere più in grado, di essere andato troppo oltre nel deterioramento della propria vitalità, non rinunci del tutto e usi l’ultima energia rimasta per riporre le speranze nella creazione di forme di se stesso più funzionali e meno masochiste, in grado di emozionarsi ma tristemente impostate, controllate, come se il proprio slancio spontaneo e naturale, fosse troppo pericoloso per se stesso perché possa sopravvivere.

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È una speranza a metà quella di Sion Sono, carica di sofferenza e di biasimo, di dolore per quello che l’uomo é riuscito a fare, ma nello stesso tempo non è rassegnato. Una speranza triste. Ed è ciò che esprime nel commovente e poetico finale, bellissimo, in cui nell’ultimo pianeta visitato, quello dove sono rimasti più umani, quello dove si può solo sussurrare, perché troppo rumore sarebbe letale, percorriamo un corridoio in cui vediamo quello che resta del genere umano, ormai solo ombre visibili attraverso un muro sottile, che ci consente di essere sicuri che ci sono ancora, ombre che testimoniano tutto ciò che abbiamo di più prezioso, che fa dell’uomo quello che è, che gli ha permesso di arrivare sin qui è che é l’unica cosa che può salvarlo. Vediamo tutti gli aspetti che lo rendono degno di vivere e che gli danno ancora un valore in questo mondo, quelli da cui partire per continuare ad esistere e non svanire. Dopo un percorso così triste vediamo la sua bellezza e la sua forza, il suo stare in condivisione, lo vediamo in famiglia, a tavola, lo vediamo giocare, cucinare, sposarsi, attendere una nascita, condividere una morte, vediamo la sua creatività, la sua arte, lo vediamo pregare, lo vediamo commuoversi e donare tutto questo alla sua portatrice di memorie vissute, a quella nuova forma di sé che forse saprà farne tesoro e rientrata sulla nave finalmente capisce come funziona, quale sia il valore di quella distanza e piange, creando così il suo pacco, il suo regalo, che invierà a chi ha fatto un passo verso di lei, proponendole una reciprocità che aveva sentito essere qualcosa di grande ma non sapeva ancora cos’era. E il cerchio si chiude. Un viaggio veramente incredibile, meraviglioso, che percorriamo insieme a Yoko, in cui Sion Sono esprime dolore, rabbia, stanchezza, avvilimento, ma anche speranza e determinazione. E c’è comunque la consapevolezza dei limiti dati da un tempo finito, troppo breve, la frustrazione di dover sottostare comunque all’ineluttabilità della morte, il timido auspicio che una nuova forma di umanità possa superare quel limite. ” Sbrigati però, prima che io muoia, tu resterai giovane per sempre”.

È davvero commovente vedere come seppur nella delusione e nello sconforto, Sion Sono dimostri di amare l’essere umano, che non rinunci a comunicarne il valore e il potenziale espressivo, come ci lasci una speranza che non é certo una fede, lontanissima da una certezza, ma tale é, e che ce la regali , seppur sussurrando.

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