VIVE L’AMOUR – Tsai Ming Liang – Taiwan, 1994.

vlcsnap-2015-08-28-11h15m35s21Film come questo dovrebbero poterli infondere per via parenterale al fine di reintegrare energia e instillare spirito, o meglio, di consentire a chi li guarda di connettersi con il proprio spirito, lasciandosi investire dalla lava che sgorga letteralmente dalle immagini.

È impressionante l’infinita delicatezza che permea l’intera opera, delicatezza che è forse l’unico tocco che consente di tollerare un senso di solitudine e di esclusione così drammatico da togliere il fiato, e probabilmente è allo stesso tempo proprio ciò che lo sottolinea, rendendolo addirittura bello nel suo dolore e conferisce valore al dramma.

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I personaggi sono praticamente dipinti, vengono fuori da pennellate leggere ma esatte caratterizzandoli perfettamente e colorano la scena della loro dolce malinconia, figure umane di espressività disarmante.
Al di là del protagonista, elemento costante in diversi film del regista, personaggio incredibilmente potente che riempie da solo qualsiasi scena, anche gli altri sono bellissimi, ognuno di loro vive la solitudine in un modo che gli è proprio, gestendola con le risorse di cui dispone, giocando le proprie carte, prerogative di ciascuna personalità che emerge così distintamente dalla visione.
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Una donna sola, incredibilmente sola, che vive la sua dimensione con dignità e determinazione, un corpo femminile che il regista ha la capacità di valorizzare in ogni suo centimetro, che si impone di riempire il vuoto di una vita senza affetto prendendo dal mondo tutto ciò che può darle anche solo un minimo di gratificazione, che non compensa certo l’assenza ma le da un po’ di respiro; ed è nella brama con cui si appropria di un bacio, con cui incontra un altro corpo, nel gusto con cui assapora un dolce che traspare e si illumina chiaramente tutto il suo estremo e doloroso bisogno.
Bisogno che finalmente si concede a sé in un finale meraviglioso, liberando quell’anima costretta a sostenersi e a camminare comunque, fosse anche per inerzia, pur di stare in piedi.
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Un ragazzo apparentemente superficiale ma assolutamente fondamentale nell’equilibrio dei rapporti e degli eventi, che nella sua semplicità, anche solo con piccoli gesti – un passaggio in macchina, una cena condivisa, un’unica parola, un “ok” detto davanti a una griglia di carne apparentemente quasi per caso – è l’unica figura che riesce in qualche modo a donare il senso di reciprocità e comunione a chi non lo sente proprio, a coloro che non sentono di appartenere al mondo .

E lui, il piccolo grande eroe di questo dipinto, è la figura che mi viene più difficoltoso descrivere a parole, perché qualsiasi espressione verbale non gli renderebbe giustizia, non coglierebbe l’estrema intensità dei vissuti evocati dai suoi moti, dalle sue espressioni visive, dai suoi gesti

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Ogni sua azione, anche la più piccola, dà accesso diretto a un vissuto di solitudine quasi insopportabile, straziante, dilaniando le viscere che riesce a penetrare, come un coltello che si fa strada nella carne morbida.
L’abitare un mondo che ti respinge, al quale non senti di appartenere, di nascosto, muovendo i tuoi passi senza esser visto, quasi non avessi il diritto di esserci, in una stanza, in una vasca, sotto un letto, e concederti solo e soltanto nell’intimità, di esprimere il desiderio, di dar voce all’esigenza più profonda, riempiendo di te stesso quei vuoti giganteschi, perché non c’è nient’altro, e ti aiuti con un frutto, un vestito, un fazzoletto, unici oggetti ad accompagnarti nel tuo mondo di abbandono.
Usare un’anguria come palla da bowling, indossare un vestito da donna, farci la ruota come un bambino, lavare i vestiti con l’idromassaggio e il detersivo per i piatti, basterebbe anche solo una di queste scene per trasmettere una tenerezza infinita.

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Ed è incredibilmente bello quando a un certo punto, per un attimo, si diventa in due ad essere in punta dei piedi e si condivide anche se solo per poco quella dimensione. Un regalo.
Una vicinanza che ti concedi di vivere anch’essa in assoluta solitudine, nello spazio di un sonno, senza respirare (e con te non ho respirato nemmeno io), per evitare di fare rumore, disturbare anche solo con il tuo esistere quel mondo che non è tuo.

Piccoli inestimabili spazi di incontro che non colmano certo il vuoto, che non si avvicinano nemmeno a riempire la voragine affettiva che fa da nucleo a queste anime sole, ma che ne alleviano in modo non per questo meno prezios il peso e l’angoscia.
Incontri sostenuti da un filo narrativo impercettibile e leggero quanto resistente, tessuto con grande maestria, che consente agli eventi di svilupparsi in modo straordinariamente fluido.

Non so, non credo che sia possibile descrivere in maniera efficace questo film, dare un’idea anche lontana di ciò che possa evocare e con quale livello di intensità, so che almeno un tentativo di fermare anche soltanto alcune delle sensazioni che mi ha dato, per poterle conservare, è stata per me una necessità.

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