BOY MEETS GIRL – Leo Carax – Francia 1984.

vlcsnap-2015-06-26-21h26m13s223

Pur avendo già visto diversi altri film di questo regista ed essendomi quindi fatta un’idea su di lui, al di là di ogni aspettativa, mi imbatto in quello che, per quanto mi riguarda è uno dei film più belli che abbia mai avuto la fortuna di vedere, e ne vengo incantata.
Ho amato tutto di quest’opera, fin dall’inizio.
Il bianco e nero che ne esalta la profondità, ogni inquadratura, ogni scelta estetica.
Ogni movimento non mi è apparso casuale ma scelto con cura, il che non lo ha privato in alcun modo di verità.
Una colonna sonora che avvolge, come un abito fatto su misura, ogni scena in cui è inserita.

Leo Carax è riuscito a descrivere in un modo che non ho mai visto così efficace, una dimensione complessa, nella quale chi si ritrova vive un po’ prigioniero, un po’ imperatore, una dimensione che lo condanna e lo protegge, che è insita nel suo essere, senza appello o via di uscita, una via di uscita che egli stesso non vuole.
Una dimensione di alienazione dal consenso umano, di distinzione, di elezione anche, di estromissione da una specie di esseri che possono concedersi di stare insieme non da soli.

vlcsnap-2015-06-26-21h26m55s133

Il roteare di una testa, libero e inquieto al tempo stesso, ballare da sola in una stanza, stare con sé stessi e una macchina da scrivere in grembo in uno spazio piccolissimo e spoglio che accoglie e raccoglie soltanto il tuo corpo e i tuoi pensieri, il tuo dialogo interno, in cui sono le tue parole più di qualsiasi altra cosa a farti compagnia, uno spazio in cui hai scritto su un muro tutte le tappe più significative del tempo che hai percorso, lungo una linea, in caratteri piccoli piccoli ma marcati, e in una condizione simile, una telefonata, una voce umana altra da sé, stona, disturba.
Parlare, esprimerti, dare voce a qualcosa di tuo, quando non ti si può sentire, quando i rumori coprono la tua voce, così che sia impossibile anche solo l’eventualità di soffrire del fatto che chi c’è dall’altra parte possa non ascoltare te, perché non è interessato a te.

Sono solo alcuni fugaci elementi che descritti a parole non rendono nemmeno un centesimo della forza con la quale vivono nelle immagini che scorrono nel film, che descrivono una dimensione di solitudine vitale e al contempo infinitamente triste.

vlcsnap-2015-06-26-21h32m00s157
Dove la vitalità corrisponde a un affermare sé stessi con sè stessi, con forza ma senza rischio, perché un rifiuto ti distruggerebbe, e allora costruisci castelli di te, mentre guardi il mondo da fuori.
Immaginandoti e fantasticando su quel mondo di condivisione cui non appartieni, che non ti appartiene.

Guardare la reciprocità dall’esterno, fermarsi a guardarla incuriosito, rapito, guardarla con l’interesse apparentemente indolore di chi non l’ha mai sperimentata davvero e sentirsene estranei, sentire chiaramente che non è una cosa che ti spetta, che ne sei escluso, non sai perché ma lo senti così da sempre, ha sempre fatto parte di te quel senso di esclusione, quell’essere alieno.
E allora ringrazi e paghi anche solo per esserne stato partecipe, per aver respirato, essendotici trovato fisicamente vicino, un po’ di quell’aria satura di reciprocità. Che è il massimo che ti è concesso.

vlcsnap-2015-06-26-21h31m02s6

C’è una scena incredibile che riesce a dire tutto questo senza una parola.
Dopo aver visto il film l’ho guardata a ripetizione diverse volte.

Estendere il proprio vissuto a unica realtà esistente, una realtà di inaccessibilità ove ci si può consentire di lasciarsi andare soltanto quando si sogna; e poi ci si ritira.
Vivere in ciò che non è pur di non poterlo perdere, e vivere quindi nell’ assenza e nella perdita continua.
Poche volte se non nessuna ho percepito così intensamente la capacità di rendere questi vissuti.
“Non cerco mai di realizzare i miei sogni. Mi limito a continuare a sognarli”

“Sono un regista”
“ Cinema o video?”
“No, per adesso mi occupo di inventare titoli per i film che vorrei fare.”

vlcsnap-2015-06-26-23h36m13s145

E’ impressionante come possa essere conscentrata su sé stessa una persona sola.
E’ tutto quello che ha, su cui può contare, l’unico punto fermo su cui può basarsi per sopravvivere e quindi diventa un pilastro, si diventa totem di sé stessi.
“ E’ difficile non interessarsi a sé stessi quando si è soli…”

E ci si avvinghia proprio a quelle parti di sé che confermano quello stato di alienità in quanto unico stato in cui si trova forza. Anche quando è disfunzionale, dolorosissimo e distruttivo. Per sé e per gli altri. Perché è in quel dolore che ci si sente vivi.

“Mi piace analzzarmi come se fossi un estraneo, come gli scenziati. Se cambiassi, comprometterei l’esperimento.”
“ Ella non accettava che mi rifiutassi di levigare le mie debolezze, la mia codardia…”

E anche quando raramente ci si consente di vivere sé stessi in una dimensione relazionale, si fa una fatica infinita e alla fine, comunque si fa confluire anche tutto lo slancio verso l’altro, in qualcosa che diventa soltanto proprio e vissuto in perdita. Come se fosse l’unico modo di concedersi di vivere quello slancio.

vlcsnap-2015-06-26-23h31m46s199

“ Ho un peso sul cuore. Non voglio perderlo.
Il mio cuore è molto orgoglioso di questa sofferenza”

Perché è tua, ed è l’unica cosa che nessuno potrà mai portarti via. E ti faresti uccidere prima di tradirla o rinunciarci.

E ciò che è più struggente sono proprio quei momenti in cui il sistema cede al bisogno, a quel maledetto bisogno primario insito in ogni essere umano, e prova a cambiare qualcosa, a lasciarsi andare, e allora diventa un fiume in piena, una brama, una richiesta di vicinanza che diventa questione di vita o di morte tanto è disperata, e si percepisce tutta la fame di chi è stato a digiuno per una vita intera. E quel rivelarsi, a sé stessi e a chi si è scelto come oggetto di speranza, è così disperato e infantile perchè risponde a tutte le necessità che ci si è negati per sopravvivere, a ogni momento in cui per rimanere coerenti con il proprio essere ci si è ingoiati ogni slancio, ogno impeto, ogni propensione verso l’altro
E ci si è rovinati la vita. Unica vita in cui si era in grado di stare in piedi.

“Vengo con te”
“No, preferisco camminare da sola.
“Toh, anche io… andiamo insieme!”

vlcsnap-2015-06-26-23h39m53s10

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...