IL CONDOMINIO DEI CUORI INFRANTI – Samuel B enchetrit – Francia, 2015

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Il timido tentativo di sfuggire a una solitudine cronica, apparentemente tollerata, ma mai naturale, per quanto favorita dagli eventi della vita e ormai incancrenita, è la via d’uscita ideale quanto illusoria e malinconica, offerta dalle tre storie improbabili raccontante da Sam Benchetrit, che prendono vita in un condominio della periferia parigina, e si sviluppano senza troppa speranza, lasciando la sensazione che possa esserci qualche spiraglio di luce, ma senza contarci troppo, che peraltro è sufficiente per risvegliare il bisogno di contatto e di scambio insito in ogni essere umano.

Un tentativo che prende forma nel momento in cui, la stessa vita che ti ha portato ad essere solo e rassegnato, ti recapita quasi per caso, l’occasione di eludere, fosse anche solo per poche ore, una dimensione triste e stagnante, che ormai ti appartiene; e si materializza nel camminare per km su una sedia a rotelle al buio, nell’ospitare a casa propria un uomo totalmente estraneo, letteralmente piombato dal cielo, offrendogli i vestiti di un figlio lontano, o nel chiudersi fuori di casa, pur di mantenere un contatto; unico elemento prezioso portato da un incontro che spezza la monotonia di una vita di rassegnata emarginazione.

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Al suo quinto lavoro, Sam Benchetrit mette in scena due racconti tratti dalla sua opera autobiografica dal titolo Les croniques de l’Asphalte.

Si alternano momenti delicati e particolarmente efficaci ad altri molto meno autentici e più banali, che stridono con i primi, dando alla pellicola, il sapore dell’occasione mancata.

Il titolo italiano, Il condominio dei cuori infranti, contribuisce a far risaltare gli aspetti meno raffinati e più banali del film, rispetto all’originale Asphalte, leggermente più sobrio e conciliabile con la sua atmosfera essenziale.
Ma lo storpiamento dei titoli italiani non é certo una novità.

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Una notevole e suggestiva colonna sonora accompagna, conferendogli intensità, i tre intrecci che costituiscono il fulcro dell’opera, ma non è sufficiente a renderli abbastanza corposi e significativi, data la loro sostanziale carenza di base.
Si tratta di un’opera che fondamentalmente, pare trarre il suo valore dai contributi singoli resi dai vari elementi del cast, tutti effettivamente apprezzabili, dall’individualità e dalle peculiarità che scaturiscono dai suoi personaggi, piuttosto che dal lavoro nel suo insieme.
Benchetrit si appoggia colpevolmente sul potere catalizzatore di alcuni dei suoi interpreti, in quanto non sufficientemente incisivo nel comunicare al di là di essi.
Prima tra tutte l’anziana signora mussulmana, interpretata da Tassadit Mandi, donna umilissima di rara espressività, la cui mimica è probabilmente la più efficace nel trasmettere l’ampia gamma di sfumature emotive che attraversano il suo personaggio, comunicando delicatamente ma con altrettanta intensità, la malinconia di una condizione che la avvolge e alla quale è tristemente rassegnata, ma che non le impedisce di trarre conforto e in alcuni momenti, addirittura entusiasmo, dal nuovo incontro che interviene a portare un po’ di luce nella sua modesta vita.

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Paradossalmente, sono gli attori meno noti a donare maggiore pregio a questo film, come il giovane sornione dalla forte presenza scenica, interpretato tre l’altro dal figlio del regista, che seduce affettivamente l’attrice in declino.
Un po’ più deboli le figure incarnate nelle veterane Isabelle Huppert e Valeria Bruni Tedeschi, la quale tra l’altro interpreta ancora una volta, come sempre, lo stesso personaggio svampito e scostante, ma non troppo.
Mentre è apprezzabile la prova di Michael Pitt, la cui immagine è ancora difficile discostare dal ricordo del giovane ribelle di The Dreamers, ma che insieme a Tassadit Mandi, offre forse la più convincente e godibile tra le tre vicende rappresentate; il rapporto dolce e sincero che si sviluppa tra i loro due personaggi è forse l’elemento più autentico e pregevole dell’opera.

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Riuscito e ben concertato l’elemento dell’improbabilità che caratterizza ognuno dei tre incontri, che consente di ironizzare su un tema profondo e penoso come la solitudine, stemperandolo e cogliendone gli aspetti drammatici senza appesantirli.
Così, una dimensione in cui perché vi sia un incontro tra due solitudini, una delle due debba arrivare dal cielo, o debba bussare alla porta di casa, testimonia con un immaginario sorriso amaro, l’apatia e l’immobilità che spesso contraddistingue le persone più sole.
Più banale e scontato invece, il fatto che uno degli incontri sia tra un astronauta della NASA e una donna mussulmana, e la rivelazione del finto fotografo all’infermiera un po’ troppo ingenua e stralunata, per quanto come detto, l’attrice si presti particolarmente al ruolo.

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Tutte e tre le diadi trovano un linguaggio comune che permette loro di comunicare al di là delle distanze che li separano, e questo è l’elemento più gradevole, per quanto non originalissimo del film. Il cibo, la condivisione di una soap opera e il canto di due dolcissime ninne nanne universali, tra l’astronauta e la signora; guardare insieme i vecchi film da lei interpretati tra l’attrice sfiorita e il suo nuovo giovane amico; le fotografie fatte a un televisore e al cielo dalla finestra di casa, tra l’ormone disadattato e l’infermiera.

Insomma, non promossa a pieni voti ma tutto sommato carina, anche se non di più, questa piccola favola francese dei giorni nostri.

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WEEKEND – Andrew Haigh – Gren Bretagna, 2011.

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A cinque anni dalla sua uscita, arriva nelle sale italiane il secondo prezioso lungometraggio di Andrew Haigh, grazie alla Teodora Film, che ha scelto felicemente di dargli questa possibilità, cavalcando la scia del successo del più recente lavoro del regista, 45 anni, da essa stessa distribuito pochi mesi fa.
Haigh, 43enne inglese, dopo una gavetta di tutto rispetto, come assistente di Ridley Scott, e un primo quasi sconosciuto documentario in cui affronta il tema delicatissimo della prostituzione maschile, dal titolo Greek Pete, dimostra da subito di essere detentore di un talento e di una sensibilità fuori dal comune, mettendo al centro dalla sua scena, con delicatezza estrema, la complessità e le contraddizioni del profondo sentire che nasce e intercorre tra due persone che si incontrano e si innamorano.

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Egli ha la capacità straordinaria di arrivare dove non arriva, con tutti i suoi enormi e purtroppo ancora invalicabili limiti, la società attuale, scardinando le basi che sostengono il pregiudizio e la paura nei confronti di una realtà, quella omosessuale, che ancora abbondantemente viene percepita come altra, invece che parte integrante di un’unica dimensione relazionale, sessuale e affettiva.
E lo fa, comunicando un’ affettività reciproca in modo talmente vero e potente, da far sì che sia totalmente ininfluente, che quasi ci si possa dimenticare, che si stia guardando due uomini.

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Si tratta prima di tutto di due persone, è quello che è in assoluto primo piano, che si percepisce prima e fortemente; poi, solo secondariamente, è un aspetto che caratterizza una dimensione primaria e centrale, il fatto che siano dello stesso sesso.
E non perché sia giusto dirlo, perché si debba difendere una causa o una minoranza, per affermare dei diritti, ma perché è esattamente quello che si sente guardandoli.
Assistiamo a un primo incontro, al mangiare insieme, al raccontarsi, alla voglia di rivedersi, alla paura di esporsi e di perdersi, al desiderio puro, fisico potentissimo che si sprigiona anche soltanto stando vicini, guardandosi, che è evocato dalle parole, dal suono della voce dell’altro che ti parla di sé o di te, alla forza di una passione che nasce, cresce e diventa urgente, al crearsi di quella dimensione sicura in cui vi è calore, conforto, in cui ci si sente bene, che non vorresti essere da nessun’altra parte, che ti sembra sia l’unico posto dove saresti mai dovuto essere.

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Tutto avviene con una naturalezza tale ed è ripreso in modo talmente efficace, che viene da chiedersi se non sia reale.
Haigh si affida a 2 attori eccezionali, nonostante agli esordi, Tom Cullen e Chriss New, che fa interagire attraverso movimenti e dialoghi sorprendentemente autentici, per mettere in scena delle dinamiche totalmente condivisibili da chiunque, uomo o donna, omo o etero che sia.
Due persone che si trovano quasi per caso, e che da quel momento in poi si espongono progressivamente in un disvelarsi reciproco, rispondendo a una forza magnetica da cui vengono travolti, a un’urgenza che supera qualsiasi razionalità, paura, difesa, che abbatte ogni sovrastruttura, scoprendo a poco a poco le loro diversità e amandole, vivendo la sorpresa di cogliere sé stessi nell’altro.
La manifestazione esplicita della sessualità, lungi dall’essere un’ostentazione o dal caricare eccessivamente la scena, diventa viatico espressivo di una reciprocità profondissima che si esprime nell’attrarsi, nell’avvicinarsi, nel toccarsi, fino al fondersi di due corpi.

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“Sai com’è quando vai a letto per la prima volta con uno che non conosci.
È come se tu diventassi una tela vuota. E hai l’opportunità di proiettare su quella tela, ciò che vuoi essere. E questo è interessante, perché lo fanno tutti.
Beh, succede che, me tre proietti chi vuoi essere, si apre un divario tra chi vuoi essere e chi sei veramente, e quel divario ti mostra cosa ti blocca dal diventare quello che vuoi.”
Tutto questo è qualcosa in cui chiunque può identificarsi, qualcosa di omnicomprensivo, che esce da qualsiasi definizione, che annulla qualsiasi differenza, che ci riguarda tutti talmente tanto da spazzar via qualunque pregiudizio e da calmare le paure dalle quali deriva.

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Uno degli ostacoli principali, che induce purtroppo ancora tantissime persone a vivere l’omosessualità con imbarazzo, disagio, fastidio, quando non addirittura con disprezzo, è il fatto di non averla mai vissuta come parte del proprio mondo, della propria realtà, di non potercisi identificare, di non poterla far propria, relegandola così a qualcosa di lontano da sé, sconosciuto, e magari in quanto tale pericoloso.
High compie la rara e inestimabile operazione di superare questi limiti, usando un linguaggio universale, identificando e rappresentando in modo incredibilmente autentico, tutti gli elementi comuni di una relazione, di un amore, di una coppia, comuni a tutti quanti, indipendentemente dall’orientamento sessuale, consentendo così quell’identificazione tanto difficoltosa, coprendo distanze spesso incolmabili, rendendoci tutti portatori degli stessi sentimenti, dello stesso desiderio, delle stesse paure.

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E paradossalmente, nel contempo, riesce a trasmettere con altrettanta efficacia, la frustrazione e il disagio derivante da una condizione in cui ci si sente non riconosciuti, in cui ci si vergogna del proprio essere, non sempre si riesce a non nasconderlo, e ci si porta dietro il fardello del non sentirsi parte del mondo.
Bellissimo il dialogo in cui uno dei due ragazzi cerca di spiegare come si sente a riguardo.
“- Sai, quando sono a casa, sto bene.
Bene?
Sì, completamente.
Non m’importa, non ci penso nemmeno, non mi imbarazza, non me ne vergogno, non voglio essere etero. Non ora, perlomeno.
Sono felice. Sono felice di essere gay.
– Ma?
Quando esco, sai, quando vado dagli amici o al lavoro, è come se… è difficile da spiegare, mi sento come se avessi un’indigestione. Sì, è proprio come un’indigestione.
E mi fa arrabbiare, sai, che mi faccia stare così, perchè… perché è patetico, cazzo.”

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I due ragazzi parlano più volte di come hanno vissuto lo svelarsi alle proprie famiglie, ed è molto tenero, tristissimo, percepire quanto sia importante sentirsi visti, amati a prescindere, in tutto il proprio essere, nella propria completezza, e non solo in parte.
Meravigliosa la scena in cui uno dei due dona all’altro la sensazione ideale di poterlo comunicare a un padre che non c’è.
Ed è ancora amaro, un finale, in cui, la massima espressione dei propri sentimenti, la massima esposizione verso l’altro, quel momento in cui, ci si denuda, si da il tutto e per tutto, non ci si protegge più, che dovrebbe essere difeso, valorizzato, che poi verrà ricordato, viene disturbato ancora una volta da quel senso di indigestione che comporta l’essere visti e disprezzati.

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Anime che mantengono la loro singolarità, la cui individualità viene esaltata proprio dalla condivisione, che ne mette in risalto le rispettive peculiarità, le espressioni, gli odori, i respiri.
Che fa da contraltare prezioso e potente a una società omologante, che respinge l’espressione di sé, che ne ha paura, quanto più spontanea e intensa è la sua manifestazione, che vuole tutti uniformati a un sentire che non sia mai troppo esplicito, che non possa disturbare mai troppo l’apatica quiete comune; aspetto di cui l’emarginazione dell’omosessualità è soltanto uno dei tanti esempi, ma che spesso vale per qualsiasi slancio vitale proprio e autentico, che si discosti dalla realtà già conosciuta, che osi colorarla di tinte nuove, sia esso un’opinione, un’idea, una cultura diversa, l’espressione di un’emozione forte.
Dove la crescita è frenata, l’evoluzione faticosa e temuta invece di essere riconosciuta come un valore.

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“Quando conosci da molto tempo i tuoi amici, ad un certo punto tutto si salda. Non puoi essere nessun’altra versione di te, perché loro si aspettano quella vecchia.
Sto cercando di ridisegnarmi, ma tutti continuano a nascondermi la matita.”
A dimostrare ancora l’eterogeneità e la complessità dei temi trattati, facendo un ragionamento più ampio ed estendendo la visuale anche a 45 anni, appare evidente come Haigh proponga una concezione dell’amore incondizionata, scevra da qualsiasi limite o paletto, libero di esistere e muoversi, indipendentemente dal genere e dall’orientamento sessuale di chi lo vive, ma anche di vivere al di là di dimensioni più astratte, quali tempo e spazio.

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Così, se in 45 anni vediamo un amore che si mantiene e si evolve per quasi mezzo secolo, senza escludere l’esistenza parallela di un sentimento profondo che resiste a distanza, tempo e morte, in Weekend vediamo come sia sufficiente un arco di tempo di poche ore, perché due anime affini si incontrino, e arrivino a sentirsi, toccarsi, compenetrarsi.
Un tempo che si dilata e si contrae quindi, adattandosi all’energia che prende forma in un sentimento reciproco.
Infine, è degno di nota, come Haigh, non abbia remore nell’ essere politicamente scorretto, associando tale naturalezza e profondità di vissuti ed emozioni, all’utilizzo, anche piuttosto frequente, di sostanze stupefacenti, offrendo un punto di vista neutro su una realtà assolutamente non insolita, e dando modo di osservare come in diverse occasioni, tanta dell’intimità che i due ragazzi riescono a trasmettersi, sia agevolata dalla perdita dei freni inibitori data dalle sostanze che hanno in corpo.
Ed è apprezzabile, proprio perché il regista non ne fa una questione morale, non la giudica, la osserva perché accade. E noi la osserviamo con lui.

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SUFFRAGETTE – Sarah Gavron – Gran Bretagna, 2015.

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Film di apertura al Torino Film Festival del 2015, Suffragette non è un lavoro malfatto, né privo di interesse, ma di sicuro non è nemmeno indimenticabile.
Diretto da Sarah Gavron, quarantaseienne inglese, politica e autrice di documentari per la televisione, e basato sulla sceneggiatura di Abi Morgan (autrice di Shame e delle serie The Hour e The Iron Lady), il film propone il resoconto accurato e diligente di un fondamentale momento storico del ‘900 inglese, ma in definitiva, nel complesso, non è abbastanza incisivo, né sufficientemente coinvolgente.
Ambientandolo nella Londra del 1912, l’autrice descrive il periodo più attivo del movimento di lotta sociale guidato dalla leader attivista Emmelin Pankhurst, interpretata da Maryl Streep, che si è battuto per anni con coraggio e determinazione, per il raggiungimento del diritto al voto per le donne.
Un movimento, che ha avuto la particolarità e la forza di superare le differenze di classe, in una Londra in cui le divisioni sociali sono sempre state molto marcate, nato e cresciuto sulla base della frustrazione comune, vissuta da un gruppo sempre più folto di donne, abusate, sfruttate, percosse, sottomesse dai loro datori di lavoro, e spesso anche dai mariti, che si sono ribellate, determinando una reazione ancora più oppressiva e dispotica da parte delle forze dell’ordine e del governo, che legittimava e autorizzava umiliazioni e interventi barbarici come la nutrizione forzata in caso di sciopero della fame durante la detenzione.

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Tale prevaricazione non faceva altro che rendere più forte il senso di ingiustizia e più decisa la loro lotta, che ha finito per ricorrere anche ad azioni violente, mai rivolte contro esseri umani, ma volte ad attirare l’attenzione e a risvegliare una stampa che le ignorava, come il lancio di pietre contro le vetrine, l’incendio di edifici appartenenti a figure del governo o il posizionamento di bombe nelle strade, culminata addirittura nel gesto estremo di Emily Davison, che si è fatta investire dal cavallo di Re Giorgio, perdendo la vita, pur di attirare l’attenzione. Il particolare episodio, forse uno dei pochi di un certo impatto emotivo, pare essere stato romanzato nel film e in qualche modo strumentalizzato dalla stampa, nel senso che la donna ha effettivamente perso la vita ma in realtà sarebbe stato un incidente e non un suicidio come mostra il film e come avrebbe insinuato la stampa in occasione del fatto.

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Buona la prova di Carry Milligan, nel ruolo della protagonista Maud Watts, personaggio fittizio che incarna la donna tipo di quel tempo, che come sempre , offre una performance scrupolosa e pertinente, ma non è abbastanza; riesce infatti a trasmettere bene il senso di frustrazione e di impotenza di chi subisce, nel lavoro e in famiglia, la stanchezza e la fatica, che la provano sin da bambina, l’aver sacrificato una vita intera privandola di qualsiasi azione o desiderio autonomo.
“Sei una madre e una moglie. Questo devi essere” Una delle tipiche frasi pronunciate dal marito.
Ma l’attrice non è altrettanto efficace nel ruolo della rivoluzionaria, che non le si addice, troppo mite e pacata, non emerge mai da lei, la grinta necessaria.

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Anche gli altri personaggi appaiono deboli, potenzialmente interessanti nella loro storia, ma nessuno di essi sufficientemente sviluppato, nonostante la regista si sia avvalsa di un cast di tutto rispetto. Basti pensare a Helena Bonam Carter, nel ruolo di un personaggio piuttosto forte, Edith Garrud, una farmacista che ha organizzato corsi di difesa personale, insegnando alle donne a difendersi nei confronti delle guardie che le picchiavano, o agli unici uomini, i due mariti, della protagonista e della farmacista, e l’agente della polizia che dovrebbe fare da contraltare al movimento e che non ha il minimo spessore o carisma.
Per non parlare di Meryl Streep, che interpreta quella che dovrebbe essere la vera figura centrale di tutta la storia, quella che incita gli animi, che li tiene accesi e uniti, che fa illuminare gli occhi delle donne che la ascoltano, ma compare soltanto in una scena della durata di tre minuti, e considerate le prestazioni cui ci ha abituato, non è certo la sua più riuscita.

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Il suo cameo ha suscitato anche alcune polemiche, sia per il poco spazio riservato a una figura così importante, spiegato dalla Gavron con l’intenzione di focalizzarsi sulle storie delle donne più semplici e umili, al fine di dar loro il valore che non gli è mai stato dato, sia per il fatto che per quel ruolo sia stata scelta un’attrice americana, che sarà anche stata Meryl Streep, ma con tutta la sua bravura non sarebbe stata credibile, a partire dall’evidente incongruenza del suo accento, totalmente diverso da quello delle altre donne.

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Si tratta certamente di un’opera che tratta un tema fondamentale, ogni immagine, ogni frase pronunciata, ogni evento o situazione descritti, è assolutamente e universalmente di grande valore, ma è fin troppo ben confezionato, anche i dialoghi, le frasi, sembrano quasi degli slogan che hanno l’effetto paradosso di apparire più scritti che vissuti, di non essere incisivi.
Non si percepisce il trasporto, la sofferenza, la lotta interiore di queste donne, forse l’opera paga le origini documentaristiche della sua regista, che descrive racconta molto bene i fatti, ma non riesce a farli vivere nei suoi attori e di conseguenza arrivano poco allo spettatore.

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Ad ogni modo, è opportuno sottolineare un’ottima fotografia, molto valida sia per quanto riguarda le scene di interno che quelle in esterno, e ancora, sia in diurno che in notturno.
Inoltre, la pellicola ha comunque il merito di essere la prima a trattare di questo specifico e fondamentale cambiamento nella storia, nonostante ci sia stato qualche biasimo riguardo la scelta di mettere in scena soltanto donne bianche, nel parlare di un movimento che ha compreso invece molte donne di colore, alcune delle quali hanno avuto anche ruoli importanti nella lotta per i loro diritti.
Il film esce in Italia, probabilmente non a caso, in occasione del settantesimo anniversario della conquista del diritto al voto per le donne nel nostro paese, avvenuta purtroppo tardivamente rispetto a molti altri paesi europei, soltanto nel 1946, anche se, magra consolazione, prima di paesi come l’Arabia Saudita, che lo ha conquistato solo nel 2015.
Gli anni in cui è stato sancito il diritto al voto delle donne in ogni paese, scorrono nei titoli di coda.

ANOMALISA – Charlie Kauffman, Duke Johnson – USA, 2015.

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Capita che tu viva una vita che lasci scorrere senza accedere mai a te stesso, senza connetterti con come ti senti, con quello che provi, e non lo fai perché è troppo costoso, perché se ti chiedessi cosa senti, potresti trovare qualcosa che non è piacevole, potrebbe essere scomodo, potrebbe fare entrare in crisi e mettere in discussione il senso di te che ti sei costruito, l’immagine che hai di te, o potrebbe farti entrare in collisione con gli altri, con le loro aspettative, e gli altri ti servono per alimentare quell’immagine.

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E se non puoi attingere a te, l’unico modo che hai per definirti, è passare da fuori, e allora gli altri non sono altro che specchi, perdono la loro alterità e diventano strumenti per rimandarti l’immagine di un te che non è in grado di avere coscienza di sé e delle proprie istanze. Diventano strumenti a tuo uso e consumo, e per te non hanno un volto, né un’anima, o una voce propria, non hanno niente che ti incuriosisce, che ti stimola, che ti accende, perché sono diventati tutti surrogati di te, di un ego che paradossalmente è tanto ipertrofico da aver bisogno di qualsiasi sponda possa usare come specchio per esistere, ma che non è in grado di riconoscere sé stesso, né tantomeno di metterlo in gioco.
Non hai interesse al sentire dell’altro, perché non è “altro”, non è altro da te, non ti importa minimamente cosa prova, se lo ferisci, se lo fai soffrire, non accedi alla tua di anima, figuriamoci se sei in grado di essere sensibile a quella degli altri, di metterti degli scrupoli.

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Il massimo che riesci a percepire è un bisogno indefinito, un’insoddisfazione perenne, che ti fa ricercare calore da chiunque abbia avuto la sfortuna di interessarsi a te, o ancor peggio di volerti bene, qualcuno nei confronti del quale non hai alcun reale coinvolgimento o trasporto, che ti serve solo per sedare quell’insofferenza, che diventa un parafulmine del tuo enormemente egoistico bisogno di sentirti, ma quel bisogno è un pozzo senza fondo, e così usi il chiunque di turno sino a prosciugarlo e poi vai alla ricerca della prossima inconsapevole e malcapitata fonte di calore.
Tu non hai contatto con te stesso e l’altro è uno specchio, e tutto diventa un indistinto vuoto alienante.
E in una vita così, sei solo. Infinitamente solo.

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L’unica speranza che hai è che quella scorza che hai messo tra te e il mondo, che lo ha modellato sulla tua indefinitezza, venga scalfita e penetrata da qualcosa che accede alla tua essenza e perturbi quell’anima che non respira mai.
E l’unica cosa che può farlo è l’incontro con un’altra anima, con un’anima “anomala”, esposta, viva, che non si protegge, che si dona a te per quello che è.
E non è un caso che a essere in grado di trovare uno spiraglio, un pertugio attraverso il quale arrivare a te, sia quella più spontanea, che cammina nel mondo senza essere schiava dell’apparenza, dei cliché stantii e delle dinamiche vuote che ormai hanno inchiodato la maggior parte delle persone, un’anima ingenua, che si muove senza maschere, senza strategie, senza trucco. Un’anima libera.
Tutto quello che non sei tu.

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E nel momento in cui quell’unicità tocca le tue corde, le fa vibrare, nel momento in cui, fosse anche per un’ora o per una notte, accede a te, allora la senti la SUA voce, e ti sembra la cosa più bella che abbia mai sentito, ossigeno, perché non è la tua, non è il tuo specchio, non è fatta dell’alienazione di te. È una voce altra.
Una voce che ti consente finalmente di sentire la tua di unicità, la tua essenza, di sentirla davvero, non di portarla in giro per inerzia e per essere specchiata.
Perché è solo nell’incontro tra due individui unici, nell’affettività, nel CON, in quello che passa in mezzo quando si incontrano, che si può costruire un senso di sé compiuto e autonomo.Un incontro che squarcia quella solitudine cui ti condanni ogni giorno.

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Ma se non fai lo sforzo di esporti anche tu, di rischiare che la tua di anima, possa soffrire, possa non essere riconosciuta, accolta, possa uscire da quell’immagine così comoda che ti sei confezionato, quella benvoluta, quella che ha successo, ha i soldi, quella con cui nessuno si scontra, se non corri il rischio di mettere in gioco la tua diversità anche se qualche volta potrà cozzare con le altre, con quella di chi ami, anche se potrà incorrere in rifiuti, litigi, fatiche, dolori, allora anche quella voce così bella che ti scaldava così tanto, diventerà l’ennesimo specchio, tornerà ad avere il timbro della tua, verrà inglobata nel vortice del tuo non essere. vlcsnap-2016-03-05-12h26m38s985

E tu tornerai ad essere impigliato nella ragnatela dell’inerzia, dell’apatia, di nuovo,ancora e sempre irrimediabilmente solo.

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Questo dice Anomalisa.

Kauffman unisce in maniera intelligente ed equilibrata l’espediente della metafora e il mezzo dell’animazione per esprimerla, coadiuvato da Duke Johnson per quanto riguarda quest’ultima, ottenendo il risultato di comunicare abbastanza efficacemente il peso dell’alienazione e dell’anaffettività che conseguono alla sempre maggiore e comoda perdita di individualità che affligge il nostro tempo.

È notevole come il valore dell’irripetibilità e l’importanza della diversità siano espressi oltre che dalla trama e della bella metafora che uniforma voci e volti, anche da piccoli particolari, quali l’utilizzo di corpi imperfetti e segnati dall’età o la scelta di far compiere a personaggi animati, gesti comuni solitamente coperti dalla messa in scena e dalla narrazione, come il miscelare l’acqua della doccia o l’appannarsi dello specchio, che conferiscono al prodotto naturalezza e veridicità, apparendo tutto meno che stereotipati.
Nonostante vi siano degli aspetti che non sono sufficientemente sviluppati e che sono eccessivamente sbrigativi, soprattutto nel finale del film, il che rende non del tutto accessibili alcuni concetti che Kauffman cerca di esprimere che non sempre risultano essere chiari, è lodevole, che egli abbia dato forma, in modo piuttosto singolare, trovando un linguaggio ulteriore per comunicarlo, a qualcosa che è già stato espresso in tanti modi e che non è così semplice proporre in modo innovativo.

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Ed è proprio per questo che si ravvisa una sorta di rammarico nel prendere coscienza che probabilmente qualche accortezza in più e una maggiore cura di certe dinamiche, avrebbero reso Anomalisa, un lavoro ancora più valido ed encomiabile.

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LES CHATEAUX DE SABLE – Olivier Jahan – Francia, 2015.

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Non è certo una trama particolarmente originale, quella del secondo lungometraggio di Olivier Jahan, Les chateux de sable, che dopo quindici anni dal suo esordio, con Faites come si j’etais pas là, sceglie, per interpretare i suoi protagonisti, gli stessi due attori e si affida alla sceneggiatura scritta da Diasteme, autore nello stesso anno del controverso e discusso film Un francais.
Il regista si cimenta questa volta, nella messa in scena del racconto di una ex-coppia che si riunisce per trascorrere insieme un weekend, probabilmente l’ultimo, in occasione della vendita della casa, dopo la morte del padre di lei; situazione che in quei pochi giorni vede riemergere sentimenti e conflitti rimasti in sospeso.

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Niente di nuovo quindi, un soggetto abbastanza sfruttato, ma vi sono diversi aspetti che rendono questo lavoro, una visione sufficientemente piacevole e non priva di phatos.
Si può dire che si tratti di un film soprattutto visivo, fatto in gran parte delle interpretazioni e dei volti dei suoi personaggi, che probabilmente compensano l’esigua originalità del soggetto, costituendone la maggior la maggior virtù; tutti e tre, oltre che decisamente attraenti, sono particolarmente incisivi nell’esprimere i vissuti e le situazioni che raccontano.
In particolare, è magnetico e capace di catalizzare l’attenzione anche soltanto nel suo aspetto, il viso di Emma de Caunes, caratteristica che rende il suo personaggio piuttosto intenso, ma altrettanto solidi Yannick Renier e Jeanne Rosa, nei ruoli dell’ex-fidanzato e dell’agente immobiliare che aiuta i due a vendere la casa.

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Si incrociano e si sovrappongono, mantenendo sempre viva una certa tensione emotiva, il tema del lutto di un padre, talmente presente da fare ombra su qualsiasi uomo abbia potuto ardire a dimostrarsene all’altezza, amando talmente tanto la figlia da renderla viziata di attenzioni, e incapace di dare altrettanto, e quello della relazione mai finita tra due persone che si sono amate.
Entrambi gli attori che interpretano la coppia, sono piuttosto efficaci nel rendere tangibile la presenza di un legame che, nonostante la separazione avvenuta, il tempo trascorso, la nuova relazione di lui, non è mai morto.

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Le ferite mai rimarginate di un tradimento, il ricordo di una infelicità che lo ha prodotto, non sono stati sufficienti a sopire la passione e il sentimento che li ha uniti, che insieme un’attrazione fisica profonda e intensa, sempre palpabile, esitano nel raccogliere tutto lo slancio, fatto di affetto e calore, ma anche di risentimento, rabbia, dolore, per entrambi, convertendo tanti vissuti anche contrapposti in un unico flusso inarrestabile che non può far altro che dar sfogo a quello che è.
Parallelamente a queste vicissitudini, si sviluppa un terzo personaggio, che probabilmente avrebbe potuto essere sviluppato meglio e maggiormente, ma che è sufficientemente vitale e affascinante da aggiungere carisma alla narrazione, rendendola meno banale e prevedibile.

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Vi sono invece due elementi decisamente superflui e a tratti, addirittura disturbanti, costituiti da una voce fuori campo, la cui identità viene rivelata soltanto alla fine, che descrive inutilmente le situazioni narrate, e da una sorta di rievocazione del padre della protagonista, che compare in diverse scene, senza apportare alcuna qualità al prodotto.,
Buona invece la fotografia, diretta da Fabien Benzaquen, che ritrae discretamente, ma carpendone il fascino, la Bretagna e le sue sfumature.

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NOSTALGIA DE LA LUZ – Patricio Guzman – Cile, 2010.

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Con questo notevolissimo e significativo documentario, presentato al 49esima mostra del Cinema Internazionale di Pesaro, dove si è aggiudicato meritatamente il Premio Cinema e Diritti Umani di Amnesty International, Patricio Guzman effettua un’operazione oculata, intelligente e al contempo di grande sensibilità, scegliendo un contesto prezioso che fa da fulcro alla narrazione, sulla base del quale sviluppa un discorso profondissimo, che sullo sfondo di immagini straordinarie e estremamente suggestive, alternanti sterminati scenari desertici, luminosissimi cieli stellati e le conseguenze disastrose della dittatura di Pinochet, identifica un unico denominatore comune in tre condizioni fondamentali della storia e della realtà cilena.

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Il contesto succitato è il meraviglioso deserto di Atacama, in Cile, luogo in cui sono stati costruiti i più grandi telescopi della Terra, “unica macchia marrone” totalmente priva di umidità presente sul nostro pianeta, che rappresenta, grazie al suo clima arido e alla massima trasparenza del cielo che lo sovrasta, una miniera d’oro per astronomi e archeologi, che lo hanno scelto come sede dei loro studi, e purtroppo contemporaneamente, costituisce tristemente anche uno dei probabili luoghi in cui Pinochet potrebbe aver scaricato, dopo averli torturati e uccisi, i corpi dei prigionieri politici catturati durante la sua dittatura e poi dispersi.

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Così, questo luogo incredibilmente affascinante e misterioso diventa una perfetta “porta per il passato”, un posto dal quale accedervi è più agevole che da altri, un passato che, costituendo l’oggetto principale dei loro interrogativi e delle loro ricerche, accomuna due categorie che si occupano entrambe di analizzare qualcosa che viene da un tempo trascorso, sia esso lontanissimo, come quello in cui hanno vissuto gli astri, la cui luce possiamo percepire oggi, sia esso un po’ più vicino, per quanto riguarda i reperti raccolti esplorando la terra, per studiare antiche civiltà di passaggio fin dalla preistoria; ma soprattutto è sempre un tempo passato, molto più vicino, ma paradossalmente, tra i tre, il più difficile e ostico da conservare, quello cui si aggrappano con tutta la forza e le energie che sono loro rimaste, contro la tendenza del paese a dimenticare e sotterrare una storia scomoda, le donne che dopo trent’anni ancora camminano per quelle distese infinite alla ricerca dei resti dei loro congiunti dispersi, unica possibilità per potersi riunire a loro ancora una volta prima di morire; e di loro, c’è chi si ritrova ad abbracciare per ore il piede di un fratello pur di sentirlo di nuovo vicino, e c’è chi rifiuta la mandibola che è stata ritrovata, perché non è abbastanza, perché Mario vuole riaverlo intero.

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Lo strazio di queste donne, la loro necessità di tenere teso un filo che leghi i loro amati al presente, è uno dei tre sentieri, insieme allo studio dei cieli e quello della terra, che Guzman percorre parallelamente nel ragionare con grande fluidità sulla centralità del passato, e della necessità di conservarne memoria.
Un passato che rappresenta tutto ciò che siamo, tutto ciò che viviamo.
“Il presente non esiste” dice uno degli astronomi intervistati.
Tutte le esperienze della vita accadono nel passato; la luce riflessa da un oggetto qualunque, quella che ci consente di vederlo, è un segnale che tarda ad arrivare, quindi qualsiasi percezione è una cosa passata, nulla si vede nel momento in cui si guarda.
La cosa più vicina all’idea di presente è quello che esiste nella nostra coscienza. E forse nemmeno, perché anche quello che pensiamo, nel momento in cui lo pensiamo, è un segnale che tarda tra i nostri sensi.
Quindi “il presente è una linea sottilissima che se uno soffia un po’, si distrugge”
Ed è intorno a questo concetto che lavora Guzman, il passato è tutto ciò cui possiamo far riferimento per definirci, per sentirci, per esistere.

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E allora è veramente un assurdo paradosso che un passato così importante continui ad essere occultato, che nonostante la gravità delle azioni che lo contraddistinguono e il dolore incommensurabile che ha provocato, ancora profondamente evidente nei solchi tracciati sulla pelle di queste donne, si possa ancora rischiare che si dissolva, che vada perduto, così come le persone che lo hanno vissuto e ne sono morte, che se ne perda la memoria.

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Quando esiste chi ha misurato per mesi con i suoi passi le dimensioni dei campi di prigionia in cui è stato confinato, pur di poterne conservare il ricordo preciso, per poi poterli disegnare solo sulla base della sua memoria, pur di non perderne traccia e non poterlo testimoniare.
L’architetto della memoria, lo chiama Guzman.
O esiste chi ancora oggi si considera difettoso a causa di quel passato, che afferma di percepire chiaramente di avere un difetto di fabbrica.

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Valentina, figlia di due prigionieri politici dispersi, ora madre di due bambini, e attiva lavoratrice nella principale organizzazione astronomica presente in Cile, sente totalmente suo quel difetto, ma dice anche che non lo sente nei suoi figli, e racconta anche che “l’astronomia l’ha aiutata a dare un’altra dimensione al dolore della perdita, che può diventare opprimente anche se necessario, quando lo si vive in maniera così intima; e che pensare che tutto fa parte di un ciclo, che non è cominciato, né finirà con lei, né con i suoi genitori, né con i suoi figli, che tutti facciamo parte di una corrente, di una energia, di una materia che si ricicla, come succede con le stelle, che devono morire, perché ne possano nascere delle altre, perché nasca la vita, fa sì che quello che è successo ai suoi genitori assuma un’altra prospettiva e questo la alleggerisca.”

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E così Guzman chiude il cerchio, lasciando che, in assenza di risposte immediate, l’immensità dell’universo, del suo tempo, passato, presente e futuro, possa consentire un po’ di respiro, di speranza, in una storia così ingiusta e dura.
Bellissima anche l’osservazione, come testimoniato da immagini straordinariamente incisive, che vede il Calcio, essere lo stesso costituente di stelle e ossa.
Le immagini sono accompagnate per tutta la durata del film dalla sommessa voce fuoricampo del regista, e da una colonna sonora efficacissima, che attraverso il caldo suono del piano e la presenza di note acute, trasmette perfettamente il contrasto tra l’angoscia dell’assenza e della perdita, e la speranza offerta dall’infinito tempo e spazio.
Guzman firma un’opera che trasuda poesia e drammaticità, mantenendo uno sguardo lucido e severo sui fatti e sulle loro conseguenze.
Una visione di grande valore, da non perdere, che può arricchire enormemente sia in termini di sensibilità che di conoscenza.

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LA LEGGE DEL MERCATO – Stephan Brizè – Francia, 2015.

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Il settimo lungometraggio di Stephan Brizè è l’amaro ritratto di una realtà precaria, pervasa da infelicità e disillusione, nella quale si sopravvive, più che vivere e ogni vissuto interiore, reazione spontanea, istinto primario, perde priorità e viene coperto e prevaricato dalla necessità di dover ricoprire un ruolo, di interpretare il surrogato di sé stessi adeguato al contesto, quello che consenta quantomeno di mangiare e avere un tetto sopra la testa, quando va bene.

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Una dimensione nella quale a un individuo che necessita e spera di ottenere il suo piccolo spazio nella società, viene richiesto spesso e volentieri di annullarsi, il prezzo da pagare è rinunciare alla propria naturalezza, sacrificare la propria identità, a favore di cosa è più conveniente mostrare di sé per poter essere adeguati a questo mondo.
E allora non va bene il tuo tono di voce, né il volume della tua voce, non va bene la tua postura, non va bene il modo in cui saluti, in cui rispondi, non va bene il modo in cui ti presenti, né di persona, né per iscritto.
Perché per andar bene devi apparire vincente, accattivante, dinamico, brillante.
Devi trasmettere leggerezza, devi essere gioviale e simpatico.
E devi apparire così anche se dentro hai la morte, se sei triste come la notte, quando sei trafitto dall’angoscia di non farcela, dovresti sorridere e avere una voce squillante , motivata e propositiva, mentre hai appena venduto la macchina pur di restare a galla, e non sai se riuscirai a non dover vendere anche la tua casa, l’unica cosa che possiedi, o a mantenere la tua famiglia.

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Pare un’anima in pena Thierry, dimesso, stanco, l’espressione del viso perennemente triste, che a 51 anni, dopo aver perso il suo lavoro, riesce a stento a trovarne un altro che gli consenta di rimanere in piedi, di mantenere un figlio disabile agli studi, di arrivare alla fine del mese, non di più.
Tutto scorre per inerzia, più per rispondere all’esigenza di resistere e non soccombere, per mantenere un minimo di stabilità, per sopravvivere, che non per nutrire il proprio essere e attingere alla propria linfa vitale, che piano piano si esaurisce.
E i giorni si succedono uno dietro l’altro, monotoni, pesantissimi, la messa in scena e la modalità con la quale Brizè segue da vicino i movimenti del suo protagonista, rendono perfettamente questa apatia, una immobilità claustrofobica che dà una sensazione simile a quella di trovarsi insieme a lui sulle sabbie mobili.
Una condizione in cui è un miracolo trovare degli stimoli, degli slanci propri, dove la vitalità viene meno, prosciugata dal consumo di energia necessario per adeguarsi, per sgomitare, per esistere.

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E in tutto questo, Thierry riesce a trovare la forza d’animo per andare a prendere delle lezioni di ballo con la moglie, ci prova, anche senza entusiasmo, con la poca energia che ha, pur privo dello spirito e dello slancio che conferiscano ai suoi movimenti l’elasticità e la fluidità necessari per divertirsi e goderne, ma lo fa. Commovente, forse la scena più bella, quella in cui Thierry condivide il risultato delle lezioni prese con la sua famiglia, finendo a ballare tutti e tre insieme, unico momento di respiro in cui si consente di esserci, di lasciare quell’inerzia e non farsi trascinare dall’alienazione, anche se anche in questo caso, è evidente come la preoccupazione non lo abbandoni mai del tutto.
Scene di verità, verità che viene mostrata e descritta efficacemente, senza mai scadere nel melodramma, ma che colpisce in tutta la sua ineluttabilità.

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L’aver trovato un nuovo lavoro, costringe Thierry a vivere situazioni in cui deve controllare, e a volte umiliare, persone che hanno le sue stesse difficoltà, le stesse frustrazioni, che vivono una quotidianità in salita, quanto, se non più della sua.
È un mondo talmente ingiusto da permettere che in una situazione così precaria, possano presentarsi immancabili avvoltoi, capaci di succhiare dove non è rimasto quasi niente.
E non c’è da stupirsi se in queste condizioni, c’è chi non ce la fa e arriva a compiere gesti estremi.

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E la tragicità non sta nemmeno nella gravità del gesto, quanto nel fatto che anche quello diventa ordinario, plausibile, perde addirittura la sua valenza attiva, che seppur si tratti di un’azione terribile, lo caratterizza, e viene inglobato in quella sorta di abulica staticità.

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Brizè cavalca una tematica sempre florida, affrontata soltanto un anno prima dai connazionali fratelli Dardenne, con il bel Due giorni, una notte.
A distanza di un anno, la crisi economica e le sue ripercussioni restano purtroppo assolutamente attuali, costituendo materia di ispirazione e di identificazione ormai da tempo e chissà ancora per quanto.
Così, anche se non si tratta di un tema particolarmente originale, complice una più che buona prova recitativa e una messa in scena asciutta e incisiva, il prodotto finale è una visione appagante.

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Il merito di Brizè sta soprattutto nell’essere stato capace di far trasparire dalle movenze, dalla mimica, dall’aspetto trascurato e dimesso di un individuo, tutta la frustrazione di chi vive una condizione così instabile e angosciante, e di trasmettere molto bene l’atmosfera di una dimensione lenta, asfittica, nella quale ci si muove a fatica.
L’attore stesso, ha dichiarato di trovare nella gestualità e nei movimenti , la chiave per entrare nei suoi personaggi e renderli credibili ed efficaci.
Vincent Lindon, offre ancora una volta un’ottima interpretazione, che gli ha valso il premio come Miglior Attore al Festival di Cannes, unico attore professionista in un gruppo di attori non professionisti, il che, lungi dal rendere il film meno pregevole, ne incrementa il valore quasi documentaristico.
Avendo già lavorato due volte insieme, tra Stephan Brizè e Vincent Lindon si è creata un’utile complicità ai fini del risultato finale.
La legge del mercato è un film che ha avuto un bassissimo budget, le riprese sono durate 16 giorni e i due hanno rinunciato al loro compenso per poter pagare tutti i partecipanti.

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